sabato 27 febbraio 2010

E' Morto l'avvocato Fragalà Palermo lo piange

E' morto Fragala'. Non e' esclusa la pista mafiosa




di Aaron Pettinari – 27 febbraio 2010
Palermo.
Per tre giorni l'avvocato Enzo Fragalà, preso vigliaccamente a bastonate davanti al suo studio legale, ha combattuto contro la morte in stato di coma. Ieri pomeriggio alle ore 16.15, presso il reparto di rianimazione dell'ospedale Civico di Palermo, è morto aumentando il clima di paura tra gli avvocati penalisti e la stessa città.

Agli inquirenti ora spetta il difficile compito di scoprire la verità sui motivi che hanno portato al compimento di questo terribile omicidio. Chi ha ucciso l'avvocato Enzo Fragalà? E perchè? Ad essere privilegiata è la pista professionale ma al tempo stesso torna ad essere insistente anche la pista mafiosa. "A Palermo - dicono gli investigatori - tranne che chi ha agito sia un folle, é difficile che un gesto tanto brutale ed eclatante possa essere fatto senza almeno il consenso di Cosa nostra". Per le indagini si parte dalle testimonianze e da alcune immagini riprese. A impugnare il bastone che ha ucciso il penalista sarebbe stato un uomo molto alto, come lo descrivono le persone presenti, coperto al volto da un casco integrale. Ma è sul movente dell'omicidio l'interrogativo maggiore. I militari hanno sequestrato diversi fascicoli processuali trattati dalla vittima negli ultimi periodi, concentrandosi in particolare su quattro o cinque casi relativi a fatti di sangue.
"Stiamo lavorando con impegno – ha confermato il procuratore di Palermo Messineo - ma questo non garantisce il successo. Riteniamo che sia stato colpito per la sua attività professionale. E questo è un elemento che allarma gli avvocati: c'é il timore che sempre più spesso la gente non riesca a separare la figura del legale da quella dell'uomo. Se passa questo messaggio distorto, la situazione si fa davvero pericolosa”. E poi ancora: "Manterremo la promessa fatta il giorno dopo l'aggressione davanti agli avvocati: faremo tutto il possibile per trovare l'assassino dell'avvocato Fragalà, un professionista di grande valore e di grande umanità. Partecipando all'assemblea organizzata dai legali ho voluto far sentire la vicinanza mia e dei miei sostituti. Fragalà univa una lunga esperienza forense a una lunga militanza politica. Lavorava con passione e partecipava quasi personalmente ai casi che trattava".
Troppe coincidenze nella Sicilia che non dimentica


di Nicola Biondo - 27 febbraio 2010
Palermo.
Tre fatti di cronaca, apparentemente slegati tra loro. L’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà, politico di lungo corso, ucciso barbaramente a bastonate da uno sconosciuto. L’imminente nascita del partito del sud annunciata dal governatore Raffaele Lombardo, una sorta di Lega in salsa siciliana.


L’avvio di un nuovo processo contro Totò Cuffaro, questa volta per concorso esterno. Tutti fatti siciliani. Hanno qualcosa in comune? Ci sono analogie con il passato? Se il delitto Fragalà avesse - come sembra - un movente mafioso la sua morte appare un messaggio preciso diretto a tutti quegli avvocati parlamentari - o ex - che hanno difeso imputati di mafia.
Il nome di Fragalà viene accostato in queste ore sempre più spesso a quello di Salvo Lima. E non certo perché l’avvocato sia stato come Lima la cerniera tra politica e mafia. Ma perché la sua morte, come quella di Lima denuncerebbe un accordo tradito. Quello per cui i boss in carcere si aspettavano leggi a favore che non sono arrivate. Una minaccia che arriva da lontano, dal luglio del 2002, dieci anni esatti dalle stragi Falcone e Borsellino, quando il boss Bagarella denunciava la situazione dei detenuti al 41bis, “usati come merce di scambio dalle varie forze politiche”. Seguirono due lettere indirizzate “agli avvocati parlamentari” che si erano dimenticati dei loro clienti. La minaccia fu tradotta in una nota dei servizi secondo la quale Cosa nostra minacciava alcuni avvocati-parlamentari. Tra loro c’era Fragalà, insieme a Nino Mormino, oggi legale di Cuffaro. Con l’omicidio Fragalà Cosa nostra è passata ai fatti, a distanza di otto anni da quelle minacce?
A tirare in ballo gli avvocati parlamentari che se ne “fottevano” dei loro clienti in galera, furono due boss di prima grandezza, Giuseppe Graviano e Salvino Madonia. Proprio quel Graviano che il pentito Spatuzza afferma aver stretto con Dell’Utri e Forza Italia un patto elettorale. Al processo d’appello contro il senatore, il boss ha risposto così: “Sarà mio dovere quando il mio stato di salute lo permetterà di informare l'Illustrissima Corte d'Appello per rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”. Un messaggio ricattatorio? Graviano potrebbe confermare Spatuzza? Le analogie con il 2002, con quelle minacce, non finiscono qui.
In quell'anno a finire nei guai fu anche il capo di Forza Italia in Sicilia, Gianfranco Micciché, coinvolto in una storia di droga come persona informata sui fatti. I sussurri del Palazzo dicevano che tutta la vicenda puzzava di ricatto mafioso, sia nei confronti di Micciché che del suo sponsor, il Presidente del Consiglio. Il cui nome un mese dopo, era il 22 dicembre 2002, comparve su uno striscione allo stadio di Palermo: “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Qualcuno aveva promesso la fine del carcere duro?
Oggi Micciché è una spina nel fianco del Pdl in Sicilia, co-fondatore insieme con Lombardo del Partito del Sud. Una nuova avventura politica che però nasce vecchia. Fu infatti Vito Ciancimino a pensarci per primo e la mise nero su bianco nel “suo papello” che doveva diventare la base della trattativa nata nel 1992 tra stato e mafia. Qualcuno mise pure in pratica l’idea e nacque Sicilia Libera. A tirare le fila era Bagarella e quel partito prese in seguito il nome di Forza Italia-Sicilia Libera. Coincidenze? Il governatore Lombardo, futuro leader del partito del Sud manda in crisi il Pdl siciliano e il sistema di potere del suo predecessore Cuffaro, finito a difendersi nelle aule del tribunale palermitano dalle accuse di mafia.
Un futuro che ricalca il passato e che a sua volta divora il presente. Perché c'è infine un'analogia terribile ed è quella con il biennio delle stragi, ’92-’93. Oggi come allora sta per finire un ciclo politico. Oggi come allora Cosa nostra ha in mano un potenziale ricattatorio fortissimo. Oggi come allora si parla di trattativa tra stato e mafia. Non solo quella che Massimo Ciancimino sta raccontando nei tribunali. Ma un'altra molto più attuale e che forse ha armato la mano contro Enzo Fragalà. Una trattativa che come sempre ha bisogno di sangue e terrore. Perché a Palermo e in Sicilia si passa su tutto e non si dimentica nulla.
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/25624/78/
Avvocato Fragala' ridotto in fin di vita: messaggio o vendetta?
di Aaron Pettinari - 25 febbraio 2010
Palermo.
Ci sono poche parole quando si assiste ad un episodio di tale violenza. Uno, due, tre, forse quattro colpi sferrati con un bastone o una spranga di ferro da un uomo solo, che lo ha aspettato di sera, davanti allo studio legale.
Così è stato aggredito Enzo Fragalà, 62 anni, tra i penalisti palermitani più conosciuti, già deputato di Alleanza nazionale e componente della commissione Mitrokhin, e oggi consigliere comunale del Pdl. Attualmente sta vivendo una battaglia con la vita, ricoverato in coma profondo da martedì notte in neurochirurgia all’ospedale Civico. L’ematoma cerebrale è stato in parte svuotato dall’intervento chirurgico ma restano lesioni alle zone profonde dell’encefalo che inducono i medici a definire gravissime le sue condizioni. 
Le modalità dell'aggressione raccontate da cinque testimoni e le immagini riprese da un paio di telecamere lasciano pochi dubbi sull'intenzione omicida di chi ha compiuto il gesto. Ora gli sforzi degli inquirenti sono tutti rivolti a capire chi può aver compiuto una tale azione e per quale motivo. Nessuna pista è esclusa dai pubblici minister Nino Di Matteo e Carlo Lenzi, né quella legata all'attività professionale della vittima, né quella politica. 
Si cerca quindi di capire se si possa scoprire qualcosa dai casi che il legale stava curando negli ultimi tempi. Martedì mattina, nella sua ultima arringa, Fragalà aveva pronunciato parole appassionate per una ragazza che con lui si era costituita parte civile contro il patrigno che la faceva prostituire nei salotti della Palermo bene. 
Ma alle attenzioni dei pm vi sono anche altri casi. Negli ultimi tempi l'avvocato penalista era stato il difensore di Giuseppe Castorina, l´imprenditore che da mesi sta svelando il malaffare attorno alla sanità siciliana. Di recente era anche diventato difensore di cinque colletti bianchi arrestati in alcune operazioni antimafia che stavano rilasciando delle dichiarazioni in Procura e messe a verbale nella speranza di uno sconto di pena. Dichiarazioni che probabilmente non sono piaciute ai referenti di un tempo, evidentemente messi in difficoltà. Non vi è niente di certo ma resta l'atto assolutamente deprecabile della violenza subita. 
Nel 2002 numerosi boss, detenuti nel carcere di Novara, inviarono una lettera al segretario del Partito radicale Daniele Capezzone chiedendo “dove sono gli avvocati delle regioni meridionali che hanno difeso molti degli imputati di mafia, e che ora siedono negli scranni parlamentari, e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi? Loro erano i primi, quando svolgevano la professione forense, a deprecare più degli altri l’applicazione del 41-bis. Allora svolgevano la professione solo per far cassa”. 
Il nome di Fragalà era in quell'elendo di “avvocati a rischio” presentato dal Sisde che in un’informativa sostenne che “in ambienti di interesse” la lettera dei detenuti di Novara veniva interpretata come indicativa della richiesta agli esterni di pianificare “azioni delittuose”. Da registrare che in quell’occasione Fragalà rifiutò la scorta, sostenendo che si trattava solo di uno status symbol. Stavolta però l'atto delittuoso ha avuto luogo. 
“Mio marito è sempre stato amato da tutti, non ha mai avuto preoccupazioni per il suo lavoro – ha detto la moglie, Silvana Friscia – mi diceva sempre: ‘Io sono tranquillo perché ho la coscienza a posto’. Non capisco più niente. Non capisco perché lo hanno aggredito e poi con questa brutalità”. 
L’agguato a Fragalà è letto come un colpo inferto a tutti gli addetti ai lavori giudiziari. 
Oltre alla solidarietà dei 300 avvicati riunitisi ieri a Palazzo di Giustizia vi è stata quella dei magistrati, rappresentati dal presidente della Corte d’appello Vincenzo Oliveri, il procuratore Francesco Messineo e il segretario dell’Anm Vittorio Teresi. 
Francesco Messineo ha definito l´agguato a Fragalà un agguato al «sistema giustizia». «È stato un atto incivile. Parlare di barbarie è una sottovalutazione, è molto di più. È un attacco al sistema giustizia della città. Ricordiamoci che gli avvocati sono con noi a combattere la stessa battaglia, su un altro fronte, ma con l´unico obiettivo dell´affermazione della giustizia». E' certamente un vulnus gravissimo alla libertà dell’avvocato” dice Roberto Tricoli, presidente della Camera penale, che ha dato voce alle preoccupazioni dell'intera categoria, cui fanno eco le parole della giunta dell’Anm, che sottolinea “la recrudescenza di un clima di violenza e tensione che, nel caratterizzare le vicende della giustizia, espone anche gli avvocati al rischio di inaccettabili e odiose forme di pressione e violenza”. Altre solidarietà sono arrivate da esponenti bipartisan della politica. Perché, come ha detto l'europarlamentare del Pd Rita Borsellino che ha evidenziato come l'uso della violenza sia divenuto linguaggio oggi abituale, quest'aggressione è sicuramente un “gesto vile, inqualificabile e ingiustificabile qualunque sia il motivo che lo abbia provocato".



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