domenica 9 maggio 2010

Morte di un Siciliano

Morte di Un Siciliano


di Riccardo Orioles - da “Allonsanfan” (Melampo editore) - 9 maggio 2010
La maglietta blu pendeva dal filo dell’alta tensione della ferrovia, sotto il binario divelto la buca dell’esplosione era profonda mezzo metro.
I brandelli di carne erano sparsi per circa centocinquanta metri. Trovarono così quel che rimaneva di Peppino Impastato, due chilometri dalla stazione di Cinisi ed era quasi l’alba.
Nella guerra fra i Barbera e i Greco – medioevo mafioso, anni Sessanta – Cinisi sta per i Greco. Cinisi: cioè i due o trecento delle famiglie che contano, quelli che hanno le terre, o il potere, o il rispetto. Per tutti gli altri non rimane che stare a guardare: voltarsi da un’altra parte quando c’è lo sparato, in piazza per il lavoro all’alba, baciolemani a voscenza, e mai parlare di chi comanda. C’è qualche eccezione: un corrispondente saltuario dell’Ora, qualche iscritto al sindacato, un paio di militanti comunisti, un giornaletto – L’Idea Socialista; tutto qui.
A distribuire il giornale, nell’estate del Sessantasette, c’è un ragazzo di diciassette anni, Peppino Impastato. In paese, il ragazzo è conosciuto più che altro come nipote di don Cesare Manzella, uno dei vecchi uomini di panza. Ma pare che sia la pecora nera della famiglia: legge libri strani, fa discorsi che non si dovrebbero fare. Ma è un ragazzo, col tempo si calmerà.
Il giornaletto, si capisce, dura poco: i pezzi grossi del paese denunciano “quei quattro straccioni” in tribunale, e alla fine arriva l’invito: o chiudete o finisce male. Si chiude. Peppino però non s’è ancora messa la testa a posto e un bel giorno sopra una porta scrostata compare una targa rossa fiammante: “Circolo Che Guevara”. Sono una ventina, braccianti edili e un paio di studenti, e anche a Cinisi è il Sessantotto. Dopo qualche mese, il Circolo confluisce in uno di quei gruppi extraparlamentari di allora, “marxista-leninista”.
Strana faccenda il Sessantotto in un paese di mafia. Da qualche parte nel mondo ci sono Mao, Karl Marx, Marcuse. Qui a Cinisi c’è don Tano Badalamenti. O stai zitto o al massimo parli di cose strane e lontane; oppure parli di don Tano Badalamenti e dei suoi amici. Questa è la scelta a Cinisi. E per Peppino è una scelta chiara. «Berranno i cavalli mongoli alle fontane di Roma?», fa il cartello dei fascisti. E la risposta dei “rossi”, poco Marcuse e tanta fame: «No, l’acqua buona è solo nel villino del sindaco». «Organizzammo una protesta a Terrasini, che allora soffriva della mancanza d’acqua, con la partecipazione di Bastiano, netturbino…». E avanti che la rivoluzione è vicina.
Il Sessantotto della mafia, invece, a Cinisi e dintorni consiste nella costruzione della Cuccagna di Punta Raisi. Una faccenda semplice, si prende un pezzo di terra pieno di rocce, di montagne e di vento, ma espropriabile con quattro soldi, e ci si fa una pista d’aeroporto. Non sarà granché per atterrarci, ma in compenso è ottimo per farci gli appalti e per vendere i terreni attorno, trasformati in lotti per l’edilizia turistica, alla gente della Palermo-bene. Favorevoli, le Famiglie. Contrari, i contadini della zona. Facile capire chi vince la guerra, dopo mesi di manifestazioni, occupazioni e scontri, sempre con Peppino in prima fila.
Passano i diciassette anni del ragazzo dai discorsi strani, adesso Peppino è un Capo-dei-Comunisti, un aizzapopolo, uno da fargliela pagare. A suo padre gliel’hanno già detto, del resto, di stare attento a suo figlio: ma ormai è troppo tardi per le nerbate, è finito il rispetto, ora Peppino vola. «Manifestazioni a Cinisi contro il progetto per la terza pista di Punta Raisi», «Scontenti i proprietari dei terreni», «Cominciati e subito sospesi i lavori per la terza pista», «Lasceranno solo con la forza i terreni espropriati per la pista», «Denunciati cinque giovani a Cinisi», «DOMENICA SERA A CINISI: COMIZIO DI LOTTA CONTINUA!».
Inutile adesso ricostruire la storia di tutti quegli anni, accompagnare Peppino davanti ai cantieri edili e sulla pista dell’aeroporto e dentro la sede dei lottacontinua e nei cortei, e poi all’università a Palermo e su a fare il militare. Tanto, sono decine di sconfitte e nessuna vittoria. Ma se lo facessimo, ci accorgeremmo che ora è molto più difficile trovare qualcuno che non sia un compagno accanto a lui nella piazza, a Cinisi. Non è più un ragazzo, ed è segnato.
Voce di Peppino: «E così, siamo nei paraggi del municipio di Mafiopoli! È riunita la Commissione edilizia. All’ordine del giorno l’approvazione del Progetto Z-11. Il grande capo, Tano Seduto, si aggira come uno sparviero nella piazza…». Adesso l’aizzapopolo ha trovato una nuova diavoleria, è riuscito a mettere su una radio, tre scalzacani e quattro ferrivecchi, anche la radio ci mancava!
L’aizzapopolo, fra l’altro, ora si crede furbo e, per non farsi denunciare un’altra volta, le sue storie anziché a Cinisi in una città chiamata, guarda un po’, Mafiopoli: corso Umberto diventa corso Luciano Liggio, il sindaco Gero Di Stefano diventa Geronimo Stefanini, il tecnico comunale l’ingegner Marpionese, e don Tano Badalamenti, con un sogghigno, Tano Seduto. Fra crepitii e scariche, per venti chilometri all’intorno la gente, la sera, si diverte a riconoscere i protagonisti di «Onda pazza, trasmissione satiro-schizo-politica sui problemi locali». «Qui Radio Aut: onda pazza. Parola di Tano Seduto, grande capo di Mafiopoli! Ci sarà un porticciolo bellissimo, già in costruzione, da dove le nostre merci potranno partire indisturbate… Potremo sistemare le nostre veloci canoe che portano al di là del mare la sabbia bianca… Le nostre canoe cariche di EROI-che merci… Potremo FUMARE in pace il calumet, con tabacco BIANCO…».
Non era una storia che poteva durare. E non è durata.
Non sappiamo dove e quando sia stato celebrato esattamente il processo contro Peppino (il processo vero, intendiamo; quello per Violazione di rispetto) ma che esso abbia avuto luogo, non abbiamo dubbi. La mafia usa dibattere “prima” la morte degli avversari più pericolosi, valutare i pro e i contro. “Pro”, ce n’erano tanti. Il figlio di Impastato, il nipote di don Manzella buonanima, non è più un caruso. E anche quando, ormai il gioco troppo grande è. Lasciamo andare le storie del municipio, gli appalti, i palazzi. Lasciamo andare gli amici offesi, che pure ragione hanno. Lasciamo andare manuàli e zappaterra che stanno alzando la testa peggio del Quarantesei. Ma da Punta Raisi l’eroina per l’America parte. E ’stu cornuto questo dice alla radio. A Punta Raisi l’eroina, a Terrasini le armi via mare. E prima o poi qualche sbirro finisce che lo prende sul serio. Difficile è, ma non si può mai sapere. “Contro”: e quali contro? Chi se ne deve accorgere, di uno stracciato di meno? La questura? Gli onorevoli? I giornali?
«Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario» (Corriere della sera), «Attentatore dilaniato da una bomba» (Avanti) «È saltato in aria da solo» (Cronaca vera), «Probabilmente stava preparando un attentato» (Il Popolo), «estremista», «esaltato», «kamikaze»: no, i giornali no.
Sulla morte di Impastato, la tesi favorevole alla mafia – suicidio, attentato mancato – trova immediatamente d’accordo quasi tutta la stampa italiana (di quella siciliana, con l’eccezione dell’Ora di Palermo, è meglio tacere: per carità di regione). Le indagini ufficiali, d’altra parte, tardano parecchio a prendere la strada giusta: l’ipotesi del delitto di mafia viene presa in considerazione dopo diversi giorni; una manifestazione di studenti contro l’attribuzione di terrorismo all’ucciso, a Palermo, viene caricata dalla polizia. Ci vorranno anni per arrivare all’individuazione “ufficiale” di un esecutore materiale e di un mandante: don Tano Badalamenti. Quanto al messaggio contenuto nell’omicidio, e nel modo di compierlo, con l’uomo stordito o legato, e poi fatto saltare in aria con la dinamite, il suo significato era già estremamente chiaro fin dal primo momento, almeno a Cinisi: fatevi i fatti vostri.
«Era uscito dalla radio per tornare a casa sua». «Ci rivediamo alle nove, ha detto». «Domenica, al comizio, aveva ripetuto i soliti nomi».
Maggio 1983

***

Sinistra. È stato condannato all’ergastolo – più di vent’anni dopo il delitto – il boss mafioso Tano Badalamenti, che il 9 maggio 1978 fece rapire e uccidere Peppino Impastato, che da tempo denunciava le malefatte sue e dei suoi amici politici democristiani dai microfoni di una radio locale di un paesino della Sicilia. Peppino fu preso, stordito, legato e fatto saltare in aria con l’esplosivo. Il giorno dopo tutti i giornali titolarono sulla logica morte di un «terrorista» ucciso dalla sua stessa bomba; i carabinieri cominciarono le indagini per smascherare i «complici» del «terrorista» (anche oggi si dice, d’altra parte, che quelli che fanno le manifestazioni contro il governo sono terroristi).
Ci volle tutta la serietà e il coraggio del giudice Chinnici (pochi anni dopo i mafiosi fecero saltare in aria anche lui) per cominciare le indagini vere. Ci volle l’immensa forza d’animo – in mezzo alla paura che gli martellava il cervello – dei compagni sopravvissuti per trovare il coraggio di fare il primo volantino, la prima manifestazione, il primo cartello scritto a mano: «Peppino / Impastato / assassinato qui / dalla / MAFIA».
Ecco. Non è vero che tutti hanno fatto la lotta alla mafia, che tutti da ragazzi sono stati di sinistra e poi giustamente sono diventati saggi. La lotta alla mafia, a quei tempi, l’hanno fatta in pochi. E di quelli che allora erano in Lotta Continua, in Democrazia proletaria e in tutta la mercanzia della “rivoluzione” alcuni erano dei compagni veri, e altri semplicemente dei fighetti vanitosi pronti a sbraitare gli slogan più terrificanti pur di avere potere e di comandare.
Io penso a quei giorni di solitudine, con la povera rete delle radio libere siciliane (Ondarossa di Siracusa, Città del Sole a Messina, Radio Aut a Cinisi, Radiosud a Palermo, Onderosse nel messinese e poche altre) in cui improvvisamente – ma non tanto – si era aperto un buco, coi volantini che giravano, con le telefonate da fare, col ricordo di Peppino che adesso era solo alcuni pezzi di carne raccolti a fatica dalla polizia. Coi compagni che scappavano, e quelli che tenevano duro. Col momento in cui tu risalivi in macchina per tornartene relativamente al sicuro, e il ragazzo con cui avevi appena parlato invece restava là – poiché quello è il suo paese – a organizzare.
Quando guardate Lerner o Liguori o Mieli alla televisione, o Rossella o Ferrara (l’elenco è lungo e non si riesce a ricordarseli tutti), fatemi la cortesia personale di non pensare “quelli di Lotta Continua”. Quelli di Lotta Continua erano Peppino Impastato, gli altri erano semplicemente un’altra cosa.
Il “capo” di quelli che tenero duro allora, quello che organizzò le prime manifestazioni e le denunce e tenne duro per vent’anni ha un nome e un cognome, si chiama Umberto Santino. Non lo conoscete perché giustamente alla televisione non lo chiamano mai – e d’altronde perché mai dare un microfono a uno che poi se ne serve per sputtanarvi? – e i politici lo cercano ancor meno. In questi anni è stato di gran lunga il più serio e il più efficiente intellettuale italiano impegnato nella lotta contro la mafia. Su questo argomento ha elaborato studi che sono stati adottati nelle università americane. Ma ha avuto soprattutto il cuore di cercare giustizia, di fare casino, di tenere duro per: pausa – vent’anni. Vent’anni durante i quali gli altri hanno fatto carriera, hanno venduto il culo, hanno messo all’asta padre e madre, pur di ritrovarsi alla fine lì, seri e pensosi a «Porta a Porta» o a La7 a declamare profondi pensamenti sui massimi problemi del mondo.
Aprile 2002

Info:
isicilianidigiuseppefava.blogspot.com



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