domenica 30 maggio 2010

FEDERALISMO Demaniale

*Caro "Sindaco" Prof Gaspare Portobello Mafia o Antimafia?
*Non chiamiamoli più rifiuti!
*ATO IDRICO PA 1 Assemblea 7 8 giugno 2010
*Lavoro, protesta dei precari degli enti locali
*La manovra finanziaria " Lacrime e sangue"
*La Sicilia Le maggioranze Trasversali sul Servizio Idrico ARIA FRITTA
*Isola delle Femmine Distributore di benzina al Porto Pescatori o Diportisti?
*Italcementi, non condanniamo la torre alta 120 metri
*I Beni Comuni nello spezzatino del Federalismo
*Donatella Costa Lettera al Presidente regione Sicilia Raffaele Lombardo
*Libertà di Stampa e Regime
*La munnezza di Isola delle Femmine vale tanto oro quanto pesa
*SiciliaMafiopoli: IL CASO GENCHI PELLERITO termovalorizzatori e........
*TRASFERIMENTO DEFINITIVO ALL’ATO PA1 DI ALCUNI DIPENDENTI Delibera impegno riassunnzione da parte dei Comuni
*Mi Illumino di Incenso
*SINDACO: Punito perchè virtuoso
*Lombardo: "Ecco i nemici del cambiamento"
*Corte dei Conti INDAGINE funzionamento ATO PA 1
*ATO Rifiuti Sentenza Corte Conti Tariffe Competenza Comuni
*ATO Idrico Pa1 Struttura tariffa e agevolazioni
*FEDERALISMO Demaniale
*Piccolo apologo sul paese illegale
*Indagato il sindaco Cammarata per la discarica di Bellolampo
*Sicilia i Termovaloroizzatori "puzzano" di mafia



FEDERALISMO DEMANIALE che si realizza – le PROVINCE che rimangono (o non vengono perlomeno ridefinite nel loro ruolo) – I difficili primi passi della necessaria RIFORMA TERRITORIALE

Di sebastianomalamocco


'class=


Spiagge, laghi, fiumi, miniere, ex caserme, fabbricati e terreni, aree portuali dismesse e aereoporti di interesse locale o regionale: questa la dote che andrà alle regioni, alle province e ai comuni. Entro 6 mesi il governo presenterà la lista dei beni che lo Stato trasferisce. Ogni due anni saranno redatti nuovi elenchi aggiornati. Il demanio idrico-marittimo è trasferito in blocco: le spiagge vanno direttamente alle regioni, come anche i fiumi che scorrono in una sola regione (e anche i laghi con sponde in un’unica regione). Le miniere e le loro “pertinenze” vanno alle province.


Il passo decisivo del federalismo demaniale concretizzatosi con l’approvazione del decreto attuativo, prima realizzazione di quanto disposto dalla legge sul federalismo fiscale che ha delegato il governo, dello scorso anno (la n. 42), si innesta su altre questioni territoriali nazionali venute a galla con la crisi economico-finanziaria che sta mettendo in crisi molti stati europei (compresa l’Italia) e che richiede misure sì di riduzione della spesa, ma anche (e qui ci interessa particolarmente) di ristrutturazione della propria organizzazione territoriale. Ci riferiamo in particolare al fatto che nella manovra finanziaria di questi giorni si parli dell’abolizione (parziale) delle Province (cioè “solo” quelle con meno di 220.000 abitanti: dovrebbe essere dieci, escluse quelle di confine con stato estero o all’interno di regioni a statuto speciale… non chiedeteci il criterio per la scelta di questa “cifra-limite” di cittadini…).


'class=


L’Arsenale di Venezia passerà dallo Stato alla Regione Veneto (con promessa del governatore Zaia di assegnarlo al Comune)


Il balletto delle Province da eliminare o meno (ma sembra proprio che non se ne faccia niente, almeno a quanto appare alla situazione odierna) (…e poi, casomai, erano da eliminare non le –poche- 10 sotto i 220.000 abitanti, ma tutte…), questa “non volontà” dimostra che il processo di trasformazione territoriale dell’organizzazione statuale che in questi mesi, giorni, stiamo vivendo (e un po’ subendolo, mancando una reale partecipazione, almeno emotiva), questa incapacità (impossibilità) politica di eliminazione dell’ “ente Provincia”, dimostra i rischi che ogni processo di cambiamento dei territori resti incompiuto e, anzi, possa produrre guasti anziché benefici.


Il federalismo fiscale, inteso, in questa prima fase, come “demaniale”, cioè di attribuzione agli enti locali di beni fino ad adesso di proprietà (e usufrutto) dello Stato centrale; e poi più importante ancora, la seconda fase dello stabilire i “costi standard” uguali per tutto il territorio nazionale su servizi strategici come sanità, educazione e assistenza sociale… ebbene tutto questo a nostro avviso resta vano se nello stesso tempo non vi è una revisione dell’attuale collocazione del sistema degli enti territoriali.


'class=


Dune in erosione: le Regioni (e i Comuni territorialmente competenti) se ne faranno carico della difesa e ripristino?


Da tempo, come associazione Geograficamente proponiamo la “ricollocazione dei comuni” (“accorpamento” ci pare parola negativa e sbagliata): secondo noi 8.101 comuni in Italia sono troppi, ne basterebbero molti meno. Da qui l’idea di creare, al posto della frammentazione di medi-piccoli comuni, delle CITTA’ di almeno 60.000 abitanti, che diano servizi più efficienti, efficaci e meno costosi, e che garantiscano maggiori opportunità ai cittadini, oltre che nei servizi socio-assistenziali anche in altre branchie fondamentali (come ad esempio la scuola: un bambino “di città” ha molte più opportunità formative di un bambino che vive in un paesino isolato o nella periferia continua della “città diffusa”). Ma anche il problema della “mobilità” pubblica, dello spostarsi, vede i medi-piccoli comuni in grave difficoltà e con prospettive di investimenti futuri pari a zero.


Su questo si inserisce il “problema Provincie”: posto che barriere insormontabili sembrano poste alla loro eliminazione (politiche, ideologiche, anche costituzionali…) riteniamo buona l’idea di trasformarle in enti “di secondo livello” meramente erogatori di servizi (cioè con rappresentanza politica non eletta direttamente, senza consiglieri ma con solo presidente e assessori, il primo nominato dai sindaci), convogliando in esse tutte le competenze che ora hanno Consorzi e ATO (Ambiti Territoriali Omogenei) (gestione dei rifiuti solidi urbani, degli acquedotti, del gas, consorzi di bonifica ora controllati dalle regioni…) che si aggiungano ai compiti operativi già presenti o già previsti per il futuro (urbanistica, cave, ambiente, trasporto pubblico, strade, formazione scolastica e istituti secondari, coordinamento delle politiche culturali…). Fra l’altro gli ATO, per legge, dovranno essere eliminati entro maggio del 2011. Diamo pertanto alle Province compiti meramente operativi territoriali, compiti che comuni e città non possono gestire con efficenza.


Insomma la “questione Province” e il “federalismo demaniale” (di fatto approvato: qui di seguito vi proponiamo cosa è previsto accada nei prossimi mesi per renderlo operativo) e le altre forme di federalismo fiscale (come i costi standard dei servizi, costi uguali in ogni regione d’Italia) potranno essere efficaci (e non pericolosi, un salto nel buio…) se ci sarà anche la riforma territoriale, “totale”, complessiva: cioè


1- se ci sarà la volontà di accorpare i comuni creando città che si riconoscono in un’identità simile (geomorfologica, di specialità economiche, storica, di prospettiva per il futuro…),


2- con la revisione del ruolo delle Province (erogatrici di tutti i servizi di ambito sovracomunale, ora dei Consorzi e degli ATO) e, perché no,


3- eliminando le burocrazie regionali (tanto simili a quelle statali, centrali…) proponendo Macroregioni che si riconoscano contemporaneamente in una forte identità nazionale (rafforzando anche i poteri di Roma) e rivolte all’Europa (un’Europa non solo dei paesi del centro-nord e dell’est, ma estesa finalmente di più verso l’ambito mediterraneo).


………………


FEDERALISMO DEMANIALE


ALLE AUTONOMIE I BENI STATALI


di Eugenio Bruno, da “il Sole 24ore” del 21/5/2010


Il countdown è iniziato. Entro il 21 novembre regioni ed enti locali conosceranno i beni statali che possono essere dismessi e nei quattro mesi successivi se li vedranno recapitare. A prevederlo è il primo decreto attuativo sul federalismo demaniale che il Consiglio dei ministri ha approvato ieri e che oggi sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Tra la soddisfazione della Lega e l’attendismo dei sindaci: «Vedremo se è una scatola vuota o no», ha commentato l’Anci.
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha garantito che sarà un provvedimento «economicamente neutro». Spiagge, laghi, palazzi, caserme, fari usciranno sì dalla disponibilità dello stato per entrare («a titolo non oneroso», specifica il testo) in quello di regioni, province, comuni e città metropolitane. Ma gli assegnatari si vedranno tagliare in egual misura i trasferimenti e dovranno industriarsi alla ricerca della «valorizzazione funzionale» chiesta dal decreto.
L’ammontare non si conosce ancora. L’unico dato noto riguarda il valore del patrimonio disponibile dello stato: 3,2 miliardi tra terreni e fabbricati a cui si aggiungono 97,8 milioni di canoni riscossi per le concessioni balneari.


Per l’elenco degli immobili cedibili bisognerà attendere che le amministrazioni centrali indichino le sedi di cui non vogliono disfarsi e che, entro sei mesi, un decreto del presidente del consiglio elenchi i beni e i potenziali destinatari. In ogni caso resteranno statali le strade, gli aeroporti nazionali, le reti energetiche e ferroviarie, i giacimenti petroliferi, i siti di stoccaggio del gas, i parchi naturali, le dotazioni di Quirinale, Consulta, Camere e organi di rilevanza costituzionali.
Allo stesso modo già si sa che alle regioni andranno demanio marittimo e idrico. Sebbene una parte dei canoni derivanti da quest’ultimo verrà riservata alle province che avranno le miniere e i piccoli bacini chiusi. Un destino separato attende i fiumi e i laghi di ambito «sovraregionale»: i primi rimarranno statali; i secondi passeranno alle autonomie se ci sarà un’intesa tra i governatori interessati (e il veneto Luca Zaia ha già detto di puntare al lago di Garda, ndr). Sugli altri cespiti saranno privilegiati i comuni. Ammesso che abbiano i mezzi per gestirli, altrimenti si busserà ai livelli di governo superiori.
Fermo restando che la “sdemanializzazione” potrà essere decisa dallo stato (e non per il demanio idrico, marittimo e aeroportuale), i beni ceduti finiranno nel patrimonio disponibile dei destinatari. Che, dopo aver approvato l’apposita variante urbanistica, potranno anche venderli. Destinando però i proventi all’abbattimento del debito (per il 75% locale e il 25% centrale). Eventualmente, per le alienazioni potranno utilizzare fondi immobiliari aperti alla Cassa depositi e prestiti.


Ma c’è una “terza via”: non accettare il bene e lasciare che finisca nel fondo gestito dall’Agenzia del demanio. A cui toccherà stipulare accordi di valorizzazione con comuni, province e regioni. Tale fondo, spiega il presidente della commissione tecnica per l’attuazione Luca Antonini, fungerà da «moralizzatore del mercato dei fondi immobiliari privati». (Eugenio Bruno)


………………….


PROVINCE


PROVINCE DA ABOLIRE, RISPARMI E PASTICCI ALL’ITALIANA


di Enrico Cisnetto, da “Il Messaggero” del 28/5/2010


Ci mancava solo il “portierone” Gigi Buffon, che alla vigilia della partenza per il Sudafrica, toglie minuti preziosi agli allenamenti della Nazionale per dire la sua sull`abolizione, peraltro ancora presunta, di alcune Province, tra cui quella di Massa Carrara che gli ha dato i natali. E quel suo “non è giusto, per me è un vero e proprio senso di appartenenza”, finisce col saldarsi al pianto greco di molti esponenti politici di maggioranza e di opposizione – qualcuno, come il Zingaretti presidente della Provincia di Roma, con accenti (“si colpisce la democrazia”) davvero fuori luogo – e alla minaccia di Bossi, che facendo riferimento a Bergamo per far capire che è pronto a scatenare la “rivoluzione del Nord”, si è detto pronto niente meno che alla “guerra civile”.


Ma perché l`idea di abolire quello che, dati alla mano, è un vero e proprio ente inutile, scatena reazioni così violente? Quali interessi si annidano dentro e dietro le Province? E cosa ha davvero deciso il governo con la manovra correttiva varata l`altro giorno? Partiamo da qui. Nel testo ufficialmente passato come definitivo, si indica come uno dei tanti tagli previsti dal decreto quello dell`abolizione delle Province che abbiano meno di 220 mila abitanti (e qui sarebbe interessante andare a vedere quali sono quelle che rientrano subito sopra questa entità), che non appartengano a Regioni a statuto speciale (se ne salvano otto) e che non siano confinanti con altri Stati (cinque le esentate).


Esce così, da questi criteri, l`elenco di nove Province: Biella, Massa Carrara, Ascoli Piceno, Fermo, Rieti, Isernia, Matera, Crotone e Vibo Valentia. A parte la prima e quella che tiene in ansia Buffon, tutte le altre sono al Centro-Sud. Ma siccome il testo non le indica esplicitamente, e visto il fuoco di sbarramento dei contrari, ecco che ne viene fuori un gran pasticcio all`italiana. Per esempio Vercelli, è fuori perché per un solo chilometro confina con la Svizzera.


In tutti i casi, però, dovrebbero essere ben altri i criteri da adottare, perché o ci sono ragioni valide che militano a favore dell`abolizione, e allora non ha senso distinguere, oppure se, come dice la Lega rappresentano una “tradizione storica” ed erogano “servizi importanti”, non ne dovrebbe essere toccata alcuna. In realtà, di abolizione in toto si parla fin da quando negli anni Settanta furono create le Regioni: allora erano meno di 80 e Ugo La Malfa le additò come enti inutilmente doppioni delle nuove amministrazioni regionali.


Oggi sono diventata 109, di cui le ultime tre nel 2009 alla faccia della promessa di almeno fermarne la crescita, e costano complessivamente 17,5 miliardi, la maggior parte dei quali (circa il 70%) va per spese correnti di automantenimento, anche perché la funzione davvero fondamentale delle Province è la manutenzione delle strade mentre e sempre ricca la voce di bilancio che raggruppa le spese per promozione turistica, convegni, sagre e altre amenità varie. A marzo 2008, nel programma del Pdl “Rialzati, Italia”, uno dei 7 punti-cardine era “ridurre la spesa pubblica a partire dal costo della politica e dell`apparato burocratico: ad esempio le Province inutili”. E in quello del Pd: “via le Province inutili e loro fusione con le aree metropolitane”. Dello stesso avviso era la quasi insurrezione popolare contro la “Casta”.


Un anno dopo, a marzo 2009, mentre in Parlamento si discute il disegno di legge delega sul cosiddetto federalismo fiscale ecco il calcolo a dir poco sbalorditivo dell`Università La Sapienza di Roma: con la nuova normativa il costo delle Province si prepara a salire di circa il 65%. Come? Già all`articolo 1 si riconosce la necessità di “attribuire un loro patrimonio a Comuni, città metropolitane, Province e Regioni”, cioè quel “federalismo demaniale” che ha preso corpo in questi giorni. Ma è all`articolo 2 che la legge parla chiaramente di “autonomia finanziaria delle Province”. In maniera ancora più esplicita, prevede che esse abbiano “risorse autonome derivanti da tributi ed entrate proprie”. Da dove si prenderanno queste risorse? Semplice: ne otterranno una parte dall`Irpef pagata dai contribuenti e addirittura potrebbero fissare nuovi tributi. Arrivando così, si calcola, a quota 27 miliardi: una cifra che supera la manovra biennale 12+12 appena varata.


Si dice e Berlusconi lo ha recentemente ripetuto: ma se si passano i dipendenti ad altri soggetti pubblici, il risparmio reale è poco. A parte il fatto che questa è la migliore ammissione che il grosso del costo va sotto la voce stipendi, viene da rispondere: e dove sta scritto che quei dipendenti loro malgrado “inutili” debbano per forza essere mantenuti in forza alla pubblica amministrazione? E proprio facendo questo tipo di politica – che, francamente, ci si aspetta da parte della sinistra di matrice sindacale, non dalla destra che pretende di essere liberale – che si arriva a creare le condizioni per casi come quello della Grecia e per la stessa crisi dell`Europa.


Tanto è vero che i Paesi più saggi fanno per tempo le scelte più oculate. Per esempio, la Danimarca, che pure è un decimo dell`Italia sia per superficie che per popolazione, nel 2007 ha abolito le sue 13 contee tradizionali creando 5 Regioni, che a loro volta hanno 98 Comuni. Già, avete letto bene: meno di cento, mentre i Comuni italiani sono 8.100, di cui ben 5.700, cioè il 70%, sono sotto i 5 mila abitanti.


E in più noi abbiamo 20 Regioni, 330 comunità montane (di cui un certo numero al mare), 63 consorzi di bacino che servono 2 mila comuni, 7.100 tra consorzi e società controllate da enti locali che producono 25 mila “poltrone”, e così via. Una burocrazia che nell`ultimo decennio ha aumentato la spesa pubblica dell`80% e ha portato ad un aumento delle tasse locali per i cittadini del 111% (dal 1995 al 2006).


Se dobbiamo non solo fare sacrifici per salvare noi stessi e l`euro, ma dobbiamo modernizzare un Paese fermo e arretrato, non sarebbe logico partire da qui? Diminuire a metà il numero di Comuni, abolire in toto le Province, accorpare le Regioni più piccole a quelle più grandi, cancellare dalla faccia della terra enti di secondo e terzo grado inutili, porterebbe a regime un risparmio come minimo di 100 miliardi. Una cifra con cui, finalmente, far ripartire la crescita e darci una prospettiva futura. Altro che litigare su nove piccole Province. (Enrico Cisnetto)


…………..


FEDERALISMO DEMANIALE


FEDERALISMO, ENTRO GIUGNO LA RICADUTA SUI CONTI PUBBLICI


di Roberto Giovannini, da “LA STAMPA” di venerdì 21 maggio 2010


- È legge il trasferimento dei beni demaniali alle autonomie locali – ecco la tabella di marcia dei governo –


Ecco fatto. Quella che Umberto Bossi definisce la «prima tappa» del federalismo è diventata legge, e da ieri è in vigore, con il sì definitivo del Consiglio dei Ministri sul primo decreto legislativo attuativo della delega al Governo sul federalismo fiscale. Il decreto trasferisce alle autonomie locali gran parte dei beni del demanio: immobili, spiagge, laghi e fiumi.


A questo primo passo ne seguiranno altri. La prossima mossa spetta al governo, che entro il 30 giugno dovrà presentare una relazione al Parlamento nella quale saranno indicate nel dettaglio le prossime tappe della riforma federale.


La relazione conterrà un passaggio delicato, di importanza fondamentale: un capitolo che illustrerà nero su bianco i costi del federalismo, in cui dovranno essere indicate le previsioni sulle ricadute della riforma federale sui conti pubblici. Un elemento decisivo in questi tempi di ristrettezze della finanza pubblica; l`elemento su cui – staremo a vedere – gli scettici e i critici del federalismo da tempo aspettano al varco. Seguirà il decreto sull`autonomia impositiva dei Comuni, che prevederà una riforma del sistema tributario che alimenta i municipi. Attualmente in capo ai Comuni ci sono 13 tra tributi e canoni locali e 4 addizionali comunali.


Poi toccherà al decreto sui «costi e fabbisogni standard», che fisserà i livelli essenziali delle prestazioni da garantire ai cittadini italiani in tre settori cruciali: scuola, sanità e assistenza sociale e i loro costi standard. In base ad essi si determinerà l`onere per ogni singola amministrazione locale, che utilizzerà i tributi locali, la compartecipazione a tributi erariali e, per le Regioni che ne avessero bisogno, un fondo di perequazione. Sarà definitivamente superato il criterio della spesa storica, in base al quale alle Regioni arrivava un rimborso statale pari alle spese sostenute l`anno precedente aggiornate in base a un coefficiente.


Successivamente il decreto sulla fiscalità del comparto regionale. Ed entro il maggio del prossimo anno, tutti gli altri decreti, tra cui il finanziamento delle funzioni delle Regioni, Comuni, Province e città metropolitane; l`autonomia finanziaria degli Enti locali; i fondi perequativi per gli Enti locali; gli interventi speciali; il coordinamento e la disciplina fiscale dei diversi livelli di governo; il patrimonio degli enti territoriali; la disciplina transitoria per le Regioni e gli Enti locali e altri ancora.


Intanto sul fronte politico c`è un po` di tensione tra Lega e Pdl sull`intesa tra il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli e Antonio Di Pietro, che ha portato al «sì» dell`Ido al federalismo demaniale. «Non ci è piaciuta proprio», dice senza, mezzi termini il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, anche perché, ag giunge «pensiamo casomai che il dialogo vada ricercato con l`Udc e con i settori più ragionevoli del Partito Democratico».


Il Pd con Dario Franceschini spiega l`astensione come una «meditata scelta politica», ma Di Pietro attacca: «il Pd si è dimostrato un pachiderma che nemmeno questa volta è riuscito a svegliarsi».


………………


PROVINCE


LE PROVINCE DEGLI SPRECHI


di Antonio Castro, da “LIBERO – edizione di Milano” del 29/5/2010


- Quasi un terzo della spesa delle 109 amministrazioni riguarda il personale - Ma consulenze, convegni, indennità e rimborsi pesano per circa due miliardi –


Se domani mattina le province dovessero scomparire quanto si risparmierebbe? L`esercizio teorico fa saltar fuori un conto un po` salato: oltre 9 miliardi di euro secondo la relazione della Corte dei Conti del 2008.


Certo, non è che cancellando le oltre cento province italiane si elimina anche l`esercito di dipendenti che vi lavorano. Più del 10% del bilancio serve a pagare gli stipendi e i contributi del personale a tempo indeterminato.


Ben inferiore, invece, lo straordinario autorizzato – e pagato – che ammonta a poco più di 16 milioni. E’ finita qui? Neppure per idea. Tra indennità accessorie (246 milioni), collaborazioni (16), retribuzioni di precari (110), rimborsi spese (7), buoni pasto (36), missioni e altre voci si arriva quasi a duplicare il costo solo per il personale: oltre 2,5 miliardi. Il che vorrebbe dire che, solo in dipendenti, finisce quasi un terzo dell`intero budget di competenza provinciale.


Che qualcosa non funzioni nella “carica dei 109″ è ampiamente dimostrato dal peso che il debito complessivo ha: al 31 dicembre 2008, infatti, i signorotti locali avevano accumulato un indebitamento di ben 1.175 milioni di euro. Come se non bastasse, su questo debito si pagano circa 524 milioni di euro di interessi passivi.


E passiamo alle voci minori, che però accorpate dal Veneto alla Sicilia fanno impressione: tra carta, matite penne e graffette si spendono 16 milioni, in carburanti e olio per motori se ne vanno altri 38 milioni. Anche le divise di commessi e uscieri pesano (6 milioni). E fanno quasi sorridere i 353mila euro in derrate alimentari: verrebbe da chiedersi come spendono questi quattrini le province. I cosiddetti beni di consumo influiscono sul totale per l` 1% del budget: 130 milioni e spiccioli.


Poderosa, invece, la spesa in servizi: le Province hanno tra i compiti rimasti in capo a questi enti locali scuola, manutenzione strade e rifiuti: la parte del leone è rappresentata dai contratti di servizio per il trasporto provinciale: oltre un miliardo. Per chiacchierare al telefono la bolletta è di 54 milioni, per illuminare le sedi se ne spendono 115, per i consumi idrici 23 e ben 164 per far stare al calduccio il personale dipendente. Non meglio specificata – ma onerosa – la spesa sostenuta per “altri servizi” (574 milioni).


In totale, tra rette per ricovero di anziani (6 milioni e mezzo), accertamenti sanitari (1,5) e servizi scolastici (12,6) se ne vanno 2 miliardi e 400 milioni. E veniamo alla parte più gustosa dei bilanci aggregati che la fantasia dei magistrati contabili ha catalogato sotto la voce di “Trasferimenti correnti ad altri”. E per altri si intendono gli 89,9 milioni che servono a pagare incarichi professionali e consulenze, i costi per manifestazioni e convegni (72 milioni), le spese di pubblicità (20 milioni), l`acquisto di beni di rappresentanza (3,6) e i servizi di rappresentanza (8,7). E qui viene il bello: se il mago Silvan potesse prestarci la scatola che fa scomparire l`esercito degli amministratori provinciali potremmo d`un colpo risparmiare 120 milioni di euro: ovvero i costi per gli organi istituzionali e i rimborsi. Senza contare i comitati e le commissioni che, tra gettoni di presenza e altre amenità, pesano per 6 milioni nel complesso.


In tutto, per chi vuol fare un rapido calcolo 1.899 milioni di euro, considerando pure quella marea di corsi provinciali professionali dispensati dalle province: 343 milioni senza contare il cofinanziamento europeo. E poi vanno aggiunti anche affitti (205 milioni), manutenzione immobili (269) e noleggi (15). Un bel canestro di spese che si potrebbero quantomeno ridurre, se non eliminare del tutto. (Antonio Castro)


……………….


i rischi del federalismo demaniale


IL PATRIMONIO TAGLIATO A FETTE


di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/5/2010


Pareva tutto facile, sulla carta. Chi mai poteva opporsi all’idea di usare meglio tanti beni statali a volte abbandonati passandoli a Regioni, Province e Comuni? È vero o no, come spiegò Giulio Tremonti, che «c’è un enorme patrimonio ed è una pazzia che sia gestito da un ufficio a Roma dove non sanno quanto vale» e dunque «è giusto che lo Stato abbia beni nazionali e simbolici ma non che faccia la mano morta al contrario su beni che hanno senso se gestiti localmente»? Macché: il «federalismo demaniale» sta incontrando obiezioni maggiori del previsto. E non solo delle opposizioni, degli ambientalisti o dei guardiani di quello che Croce chiamava «il volto della patria».


Alcuni si chiedono fino a che punto lo Stato possa trasferire agli enti locali spiagge, caserme, stazioni, terreni o edifici vari senza intaccare quel patrimonio che è la vera garanzia di «ultima istanza» per l’immenso debito pubblico. Altri, come uno studio del Servizio bilancio della Camera, confermando il rischio di «affievolire gli strumenti di garanzia dello Stato», segnalano che il passaggio «a titolo non oneroso» di tanta ricchezza immobile potrebbe impedire di destinare all’abbattimento del debito i proventi delle dismissioni visto che lo Stato è obbligato a farlo ma gli enti locali no. Altri ancora, come il direttore dell’Agenzia del demanio Maurizio Prato, ammettono scetticismo sui tempi: è plausibile che entro 30 giorni ogni amministrazione dica esattamente quali beni vuole mantenere e che entro 180 giorni arrivi il primo decreto della presidenza del Consiglio con l’elenco dettagliato di questi beni da «restituire», dicono i leghisti, al territorio?


Per non dire dei contrasti tra le Regioni, che vorrebbero rastrellare tutto e redistribuire, e gli altri enti che vorrebbero al contrario che questa «restituzione» fosse diretta e senza intermediari. Insomma: un caos. Sul quale ha gioco facile chi chiede, sia a sinistra sia nella maggioranza, di veder bene i conti prima di sbagliare il passo.


Al di là degli aspetti tecnici, sui quali Calderoli è convinto di trovar la quadra («Se il debito degli enti locali rientra nel debito pubblico generale, allora anche il patrimonio degli enti locali rientra nel patrimonio pubblico») c’è qualcosa di fondo che non è chiaro: siamo sicuri che non saranno tolti al demanio certi gioielli di famiglia? Certo, il governo ha giurato che non verranno smistati i beni culturali. Ma resta quel dubbio sottolineato dal presidente stesso del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Franco Karrer al Sole 24 Ore: «Finora, valorizzare ha voluto dire dismettere ». Cosa che Vittorio Emiliani ha tradotto brusco così: i Comuni, «indebitati dalla demagogica soppressione dell’Ici sulla prima casa, saranno portati a vendere il prima possibile».


Una forzatura polemica? Sarà… Ma è difficile immaginare un Comune con l’acqua alla gola che, potendo dire «questo lo voglio, questo no», si faccia carico di un pezzo di patrimonio da valorizzare investendo soldi che non ha. Più facile che punti a prendere tutto ciò che può sfruttare o vendere per fare cassa.


La domanda chiave è: sfilati al demanio statale, tutti quei beni resteranno inalienabili e cioè di proprietà dei cittadini italiani per essere dati solo «in gestione» agli enti locali? O potranno essere ceduti anche a «fondi comuni di investimento» in cui gli enti locali possono essere soci di minoranza di privati che cercano solo l’affare? Le risposte finora non sono state nette. E finché il nuovo testo non sarà definito, come dice Italia Nostra, «è difficile scartare i peggiori sospetti». (Gian Antonio Stella)


………………….


PROVINCE


CAOS SULLE PROVINCE IL GOVERNO CI RIPENSA E FRENA SULL’ABOLIZIONE


di Paolo Baroni, da “la Stampa” del 27/5/2010


La decisione di tagliare le Province sotto i 220 mila abitanti è sbucata all`improvviso, qualche ministro spiegava di averlo scoperto leggendo i giornali. Non se ne era parlato nell`incontro con gli enti locali e non c`era alcun accenno nemmeno nelle ultime bozze girate a palazzo Chigi prima del varo della manovra.


Giallo o equivoco? «Abolirle tutte non si può perché bisognerebbe cambiare la Costituzione» aveva risposto poco prima in Transatlantico il ministro dell`Economia a chi gli chiedeva di commentare una proposta lanciata dal «Secolo d`Italia». Ecco, forse il problema sta in quel «tutte». Tutte no, ma dieci si. (…)


Altro giallo: riguarda Vercelli. In quanto confinante con la Svizzera anche questa provincia del Piemonte doveva essere salva, e invece no. Per scampare alla mannaia della soppressione i requisiti indicati decreto prevedono che sia attivo almeno un valico. Se non c`è collegamento la clausola non vale. Per il momento. Fonti della Lega, infatti, spiegano che in Parlamento la norma potrebbe essere ritoccata e Vercelli verrebbe così salvata, in caso contrario si fonderà con Biella.


«E` stata trovata una buona mediazione – raccontava ieri sera alla Camera Umberto Bossi -. Ci sono alcune province, che non sono toccabili, bisogna trovare la via possibile. Se mi toccano la provincia di Bergamo dobbiamo fare la guerra civile». I presidenti «tagliati» invece preparano e barricate. «Violata la Costituzione».


«Un pasticcio». Il Pd attacca Tremonti, perché col cavillo del confine avrebbe salvato la sua Sondrio, mentre finiani, Udc e l`Api di Rutelli rilanciano la sfida e chiedono al governo di abolire tutte e 109 le province italiane. Per lo Stato sarebbe un bel risparmio, visto che ogni anno costano ben 16,5 miliardi di euro per lo più (70-75%) spesi in stipendi e costi di funzionamento.


In base alle stime Istat del 2009 che saranno utilizzate come parametro oltre a Vercelli (176 mila abitanti) la lista degli enti da sopprimere comprende Biella (187), Massa Carrara (203), Ascoli Piceno (212), Fermo (176), Rieti (159), Isernia (88), Matera (203), Crotone (173) e Vibo Valentia (167 mila). «Ogni volta che si affrontano i temi istituzionali con la fretta della Finanziaria si producono mostri» protesta Fabio Mellili, presidente della provincia Rieti. In effetti, il taglia e cuci istituzionale rischia di produrre effetti paradossali: scomparendo Isernia e Matera il Molise e la Basilicata diventeranno Regioni che coincidono con la Provincia. Mentre Rieti, con la Provincia di Roma destinata a sparire con l`avvio delle città metropolitane, potrebbe essere accorpata a Terni, L`Aquila oppure Ascoli. Insomma, un pasticcio in più da risolvere.


……………………….


FEDERALISMO


IN ARRIVO A GIUGNO NUMERI E SERVICE TAX


da “il Sole 24ore” del 21/5/2010


Il mese di giugno si annuncia caldissimo. Almeno per il federalismo. Portato a casa in tempo il decreto sul trasferimento dei beni demaniali, il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli è già al lavoro sulle prossime tappe. Quelle cruciali.
Come annunciato dallo stesso esponente leghista in un’intervista alla Padania, «a giugno verrà varato il secondo decreto attuativo del federalismo, quello sull’autonomia». La sua intenzione è quella di arrivare a un testo light da arricchire in parlamento con i contributi dell’opposizione, come già avvenuto sul federalismo demaniale. Per i comuni il nocciolo sarà rappresentato, oltre che da un’ampia compartecipazione all’Iva, dalla «service tax» sugli immobili con cui, senza reintrodurre l’Ici, l’esecutivo punta a semplificare una galassia che oggi conta su 13 tra tributi e canoni locali e quattro addizionali comunali.


Per le province, invece, la partita è ancora agli inizi. Anche se, con l’attribuzione dei proventi del demanio idrico, Calderoli ritiene di aver risolto una parte del problema.


Entro il 30 giugno toccherà all’appuntamento forse più atteso: la presentazione in parlamento della relazione con le simulazioni sull’impatto della riforma. Base di partenza saranno i dati raccolti dalla commissione tecnica guidata da Luca Antonini. Da cui è emerso che nel 2008 le regioni italiane hanno sborsato 133 miliardi di euro per finanziare le materie che il federalismo considera fondamentali (sanità, istruzione e assistenza) e, quindi, da perequare al 100 per cento. Un numero da interpretare non come un ipotetico costo della riforma ma come la spesa sostenuta (e interamente coperta con entrate tributarie e trasferimenti dello stato) in base all’ultimo dato utile (il 2008 appunto) e su cui andranno a incidere i tanto attesi costi standard che faranno parte di un altro decreto attuativo.
Una parte della relazione sarà dedicata al cosiddetto «fondo unico»: l’insieme dei trasferimenti statali alle regioni per le funzioni non fondamentali che il federalismo dovranno eliminerà e trasformerà in entrate fiscali. Ma sulle cifre non c’è accordo. Il governo parla di 4 miliardi ma per le regioni il computo complessivo sfiora i nove.


………….


FEDERALISMO DEMANIALE


IL SINDACO AVRA’ 60 GIORNI PER PRENOTARE I BENI STATALI


di Cristiano Dell’Oste, da “IL SOLE 24 ORE” di lunedì 24 maggio 2010


- assegnati laghi e spiagge, gli altri edifici vanno richiesti –


Passate le giornate frenetiche dei voti e degli annunci con il decreto legislativo approvato all`ultimo giorno utile – per il federalismo demaniale è l`ora zero. Da oggi i tecnici dell`Economia, del Demanio e degli enti territoriali possono ragionare su date, scadenze e proprietà da valorizzare.


I beni del demanio marittimo (spiagge e porti), quelli del demanio idrico (fiumi e laghi) e le miniere saranno trasferiti alle regioni e alle province entro il 21 novembre. Gli altri beni statali, invece, saranno inseriti in un elenco da pubblicare entro la stessa data e “devoluti” su richiesta degli enti interessati.


Le domande chiave, allora, sono due. Primo: cosa ci sarà nella lista? Secondo: quanti enti locali si faranno avanti, tenuto conto che quelli in dissesto finanziario saranno tagliati fuori? Di sicuro, dall`elenco saranno depennati gli edifici che le amministrazioni statali entro il 21 agosto indicheranno come indispensabili (ad esempio, le sedi delle prefetture).


E saranno esclusi anche i beni della Difesa, che saranno catalogati entro un anno, e i beni del patrimonio culturale – definizione piuttosto sfuggente, sulla quale saranno chiamati a lavorare sodo gli interpreti. Potrebbe entrare, invece, qualcuno dei beni individuati con il censimento che l`Economia conta di concludere entro giugno.


Punto di partenza, comunque, sarà il patrimonio disponibile curato dal Demanio, che – s`è detto – conta circa 20mila tra fabbricati e terreni, per un valore di 3,25 miliardi. All`atto pratico, la cifra potrebbe lievitare un po`, perché stima solo in 500 milioni il valore dell`ex demanio militare, come ha spiegato alla bicamerale il direttore del Demanio, Maurizio Prato. Difficile, comunque, che si possa andare oltre i 5 miliardi. Lo stesso Prato ha dato altre indicazioni.


Di fatto, quasi un terzo del patrimonio disponibile è già oggetto di accordi per il trasferimento agli enti locali, e dovrebbe restare fuori dall`elenco. Mentre su altri 390 milioni di beni sono già arrivate manifestazioni d`interesse al Demanio: questi, dunque, potrebbero essere i primi a essere richiesti.


Sul resto, invece, le previsioni sono difficili. Perché è vero che chi riceve un bene non lo paga, ma ne sostiene i costi di esercizio – e il fatto che questi oneri siano fuori dal patto di stabilità non è sempre un aiuto, in tempi di bilanci magri. Per questo molti hanno lanciato l`allarme-svendita, temendo che tutto sarà dismesso e usato per abbattere i debiti locali (al 75%, mentre il 25% dei proventi andrà allo Stato).


Il dubbio se lo sono posto anche i membri della bicamerale, imponendo che i prezzi di cessione ricevano l`ok del Demanio o del Territorio. Ma c`è anche chi, come il ministro dell`Economia, Giulio Tremonti, ritiene che i compratori potrebbero essere troppo pochi. Del resto, un anno fa il Demanio spiegò che metà dei terreni trasferibili erano al di sotto dei 30mila metri quadrati e collocati in posizioni scomode.


E lo strumento del fondo immobiliare – una delle soluzioni migliori per coinvolgere capitali privati – può entrare in gioco solo sopra i 30-40 milioni di asset.


Oltretutto, i tempi sono stretti: gli enti territoriali devono decidere se vogliono i beni entro 60 giorni dalla pubblicazione della lista, allegando all`istanza una relazione con tempi e obiettivi, che – se violata – potrebbe innescare anche il commissariamento.


Ecco, alla fine una discreta fetta dell`elenco potrebbe restare “inoptata”, finendo in un patrimonio vincolato affidato al Demanio, come prevede il decreto legislativo. Per i beni non richiesti, l`obiettivo sarà di arrivare entro 36 mesi (e dunque entro giugno 2012) alla vendita o alla valorizzazione d`intesa con gli enti territoriali interessati. Dopodiché, mancando l`intesa, i beni torneranno allo Stato e potranno essere richiesti anche in futuro da sindaci e governatori.


Ci vorrà tempo per capire cosa succederà, dunque. Più rapido, invece, sarà il varo del demanio regionale e provinciale, che dovrà far leva non sulle dismissioni, ma su un uso efficiente dei beni. Due esempi su tutti: oggi lo Stato è proprietario delle spiagge, ma il canone lo riscuotono le regioni, che però ne trattengono solo una quota. La speranza è che l`impostazione federale possa migliorare la riscossione, contrastando l`abusivismo e favorendo lo sviluppo turistico.


Idem per le sorgenti di acque minerali: gli ambientalisti temono canoni da saldo, ma toccherà alle regioni trovare l`equilibrio di una buona gestione. (Cristiano dell’Oste)


……………


FEDERALISMO A PERDERE PER MIOPI INTERESSI


di Giuseppe Pericu, da “il Secolo XIX” del 26/4/2010


Ci sono prospettive concrete per un`effettiva riforma istituzionale? È lecito dubitarne, ma la grave situazione di difficoltà che stiamo vivendo obbliga tutti ad occuparsene. Esperienze passate hanno dimostrato che l`ostacolo maggiore è costituito dalla legge elettorale: si rovescia il naturale percorso logico che vede la preventiva definizione di un quadro istituzionale organico e solo successivamente l`individuazione del sistema elettorale più opportuno. Si vuole fare prima quello che dovrebbe essere fatto dopo perché si ritiene che sia il solo modo per garantire a ciascun partito posizioni di vantaggio. È una “pia” illusione perché in non pochi casi le sospirate aspettative non si sono verificate e il corpo elettorale ha dato risposte difformi da quelle attese.


Proviamo a definire prima di tutto il disegno costituzionale che si vuole introdurre. In tutti questi anni la Costituzione dei 1948 ha subìto profonde modificazioni. Ne ricordo due dalle quali non si può prescindere: l`istituzione delle Regioni, con il loro successivo e progressivo potenziamento verso un anomalo federalismo; la creazione di un sistema politico bipolare che dà vita a una democrazia dell`alternanza. A mio giudizio sono tendenze irreversibili.


La scelta regionalistica comporta, se vuole essere una scelta utile, una forte diminuzione della produzione legislativa statale. Ne consegue la previsione di una sola Camera, composta da un numero limitato di deputati, chiamata a decidere su pochi – ma di grande rilievo – argomenti, oltre a svolgere un ruolo politico. Di regola è opportuna anche la previsione di una seconda Camera (il Senato delle regioni o delle autonomie locali) cui viene demandata un`azione di coordinamento e indirizzo nei confronti del governo locale.


Deve essere adeguata anche la composizione della Corte Costituzionale al fine di renderla più sensibile alle esigenze autonomistiche. Introdotte queste innovazioni, che sembrano – almeno a parole – condivise dai più, molti degli inconvenienti che oggi si lamentano dovrebbero cessare: così il ricorso alla decretazione d`urgenza non avrebbe più ragion d`essere in un Parlamento che vede profondamente limitato il proprio raggio di azione; allo stesso modo il Parlamento non oberato da inutili e lunghe discussioni su temi di scarsa rilevanza potrebbe ritornare a essere il luogo di confronto che in origine ne aveva determinato la nascita. E proprio l`aver perso queste caratteristiche per l`influenza dominante dei partiti che ne ha determinato la crisi attuale.


Un forte regionalismo comporta anche uno Stato centrale forte sia a livello parlamentare che di governo: forza che deve essergli attribuita non solo dalla normativa costituzionale, ma anche dalla sua capacità politica di rappresentare tutti gli italiani.


E un assetto istituzionale in cui alla linea di forza che spinge verso il decentramento regionale si contrappone una forza inversa verso l`accentramento statale: l`una tendenza, proprio in quanto contrapposta all`altra, è garanzia di equilibrio e di tenuta complessiva. Nei sistemi bipolari la scelta del governo è fatta dal corpo elettorale: in questi sistemi il governo è “naturalmente” forte proprio in conseguenza della diretta legittimazione popolare.


In questo contesto il ruolo del Presidente della Repubblica come arbitro sarebbe ulteriormente rafforzato per il fatto di essere eletto da un Parlamento in cui le autonomie locali esprimono uno dei due rami. È opportuna l`introduzione di una forma di governo di tipo presidenzialistico? Chi scrive, in passato ne è stato un fautore sino alla presentazione di un disegno di legge che prevedeva un semipresidenzialismo analogo, ma non eguale, a quello francese.


Non credo che oggi sia un obiettivo necessario da raggiungere per rendere più efficiente il nostro sistema istituzionale. Non è neppure un`ipotesi da demonizzare e può essere oggetto di una riflessione approfondita. Un Presidente della Repubblica eletto direttamente, dotato di competenze proprie, che affianca un governo che deve rapportarsi al Parlamento può forse meglio garantire un rapporto diretto tra potere esecutivo e corpo elettorale. Nel contempo si deve assicurare un ruolo autonomo al Parlamento in modo che non sia una mera camera di risonanza del Presidente, il che può ottenersi con un sistema elettorale adeguato, o con una diversa durata dei mandati.


A ben vedere le innovazioni più incisive discendono dall`introduzione del cosiddetto federalismo: ha ragione la Lega. Che si discuta poco di questo aspetto e si preferisca contrapporsi sulla forma di governo può essere sintomo del fatto che non si intende realizzare uno Stato effettivamente regionalistico: le Regioni oggi sono, nella realtà, “una foglia di fico” dei centralismo romano (le recenti elezioni regionali lo dimostrano).


Forse può voler dire anche che non solo il decentramento regionale resterà una semplice aspirazione, ma lo stesso bipolarismo è in via di superamento. Se così fosse, l`elezione diretta del Presidente della Repubblica sul modello francese rappresenterebbe una scelta obbligata, se non si vuole ricadere in un vuoto parlamentarismo del tutto incongruo con i tempi in cui viviamo.


Interrompere l`evoluzione di tendenze in atto senza consentire una loro compiuta realizzazione non è estraneo al confronto politico italiano in cui i vari protagonisti sembrano più propensi a considerare i propri vantaggi nell`oggi o nell`immediato futuro che i benefici che possono derivare per tutti da un assetto istituzionale razionale e organico. Un simile atteggiamento comporta gravi conseguenze negative. Il perdurare di situazioni di incertezza costa alla collettività sia in termini economici che sociali: costi che ciascuno di noi sta già sopportando da tempo. (GIUSEPPE PERICU è professore di diritto amministrativo all`Università di Genova)


………………


FEDERALISMO


I COSTI STANDARD ALLA PROVA DECISIVA


di Gianni Trovati, da “Il Sole 24ore” del 24/5/2010


- Archiviato il mattone, si punta sui tributi e parametri di bilancio – Salute sotto controllo. In Liguria e Umbria gli aumenti più contenuti nelle uscite – La spesa per la sanità nel Lazio è doppia rispetto al Veneto ed è aumentata del 91,4% in due anni –


Hanno ragione gli scettici alla Bruno Tabacci o gli entusiasti alla Roberto Calderoli? Per capire se i «costi standard», architrave teorica del federalismo fiscale prossimo venturo, si esauriranno in una boutade ideologica o saranno davvero la misura ammazza-sprechi che promettono di essere non sarà necessario aspettare il nuovo decreto attuativo, previsto per settembre, o peggio ancora l`applicazione concreta del nuovo meccanismo.


Basta aver pazienza fino a lunedì prossimo. Per quella data la regione Lazio dovrà presentare al governo il nuovo piano ospedaliero e i contratti con i privati (si veda il Sole 24 Ore de120 maggio), e dimostrare numeri alla mano di essere in grado di coprire il maxideficit con le proprie forze, oppure rassegnarsi ad andare dai propri cittadini con il cappello in mano per chiedere 360 milioni di curo di nuove tasse. Se la valutazione sarà rigorosa e la decisione sarà fondata solo sulle cifre, i fautori dei costi standard avranno buoni argomenti per sostenerne il carattere rivoluzionario; se invece l`incendiarsi della polemica politica suggerirà cautela e qualche altro temporeggiamento, i dubbi saranno leciti.


Il caso-Lazio, insomma, offre il battesimo del fuoco del federalismo, e le ragioni sono semplici. Alle regioni il nuovo sistema dovrà garantire il finanziamento integrale a costi standard per le tre «funzioni fondamentali» – sanità, assistenza e istruzione – ma la prima voce assorbe da sola il 94,7% della posta oggi in gioco (125 miliardi su 132). Se funziona in questo campo, il meccanismo funziona dappertutto, in caso contrario le sue chance sono nulle.


I conti regionali appena riallineati dalla commissione tecnica per l`attuazione del federalismo fiscale, che ha raccolto per voci omogenee i bilanci dei governatori per renderli confrontabili fra loro, aggiungono altri due elementi chiave che rendono la sanità laziale la cartina di tornasole dell`intero sistema: fra 2006 e 2008, la colonna delle uscite per ospedali e cure in regione è aumentata del 91,4%, cioè a un ritmo tre volte e mezzo maggiore rispetto a quello nazionale, che pure viaggia a un problematico +28,5% in due anni. Risultato: ogni cittadino di Roma e dintorni spende per il proprio sistema sanitario 3.172 euro all`anno, il 46% in più dei 2.175 euro che toccano in media a ogni italiano e il doppio dei 1.619 euro con cui se la cava ogni veneto. Le cifre snocciolate dalla commissione tecnica sono inoltre relative a due anni fa, e tutto lascia pensare che il conto totale e le differenze territoriali nel frattempo siano cresciute ancora.


Il federalismo fiscale e il sistema dei costi standard promette di risolvere proprio i casi come questo, di esplosione delle uscite finora coperte dai finanziamenti a piè di lista. Il meccanismo è ormai noto e prevede di garantire che i tributi propri (per ora, prima di tutto, Irap e addizionale Irpef), le compartecipazioni al gettito erariale (di Irpef e Iva) e la perequazione statale finanzino integralmente un costo ritenuto congruo per attivare le tre funzioni fondamentali delle regioni.


Questo «prezzo giusto» dei servizi va individuato sull`esempio dei territori più virtuosi (tenendo conto naturalmente delle condizioni socio-economiche locali e dei livelli minimi di assistenza tutelati dalla costituzione), e più si stringe il cerchio dei “modelli” più aumentano i risparmi. Una griglia basata solo sulla regione migliore imporrebbe in teoria di diminuire la spesa per le tre funzioni anche di 15 miliardi di euro l`anno; più concreta, però, appare l`ipotesi che individua quattro regioni benchmark (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana), che imporrebbe risparmi per circa 2,3 miliardi.


La scelta sul mix finale di rigore e solidarietà spetta alla politica, ma per arrivarci serve un lavoro tecnico che non appare facile, viste le enormi differenze fra i territori. Restando sul terreno cruciale della sanità, il podio dei costi pro capite riflette fedelmente la geografia degli allarmi suscitati dalla notizia che il governo non intende ripianare i buchi coni fondi per le aree sottoutilizzate (Fas); dietro al Lazio si incontrano la Calabria e il Molise (che fra 2006 e 2008 ha visto crescere i costi dell`86%), mentre in Campania, l`altra regione a rischio di un`ulteriore stretta fiscale, il problema sembra soprattutto sul versante delle entrate.


Al quarto posto, con oltre 2.600 euro pro capite, s`incontra la Lombardia, il cui dato si spiega anche con un diverso rapporto fra pubblico e privato e una forte immigrazione sanitaria che attira in regione pazienti da tutta Italia. I conti, però, sono in ordine, e anche andando indietro nel tempo si scopre che fra 2003 e 2009 la regione più popolosa d`Italia ha contribuito per meno dell`1% ai 28,4 miliardi di disavanzi cumulati dalla sanità. Umbria e Liguria (quest`ultima dopo aver rischiato molto in passato) sono invece le regioni con la dinamica dei costi più tranquilla, che fra 2006 e 2008 ha registrato aumenti entro il 5 per cento.


………………..


INCHIESTA ITALIANA


ENTI E ISTITUTI, LE MILLE POLTRONE CHE NESSUNO RIESCE A TAGLIARE


di Carmelo Lopapa, da “la Repubblica” del 15/4/2010


- Ci costa un miliardo il paese che vive a gettone. Nel solo 2009 il governo Berlusconi ha salvato 35 istituzioni. Le maggiori resistenze ai tagli vengono dai ministeri e dalle amministrazioni locali. E la cura dimagrante slitta -


C’è l’Istituto agronomico per l’oltremare col suo direttore generale, il managing director e uno staff di 47 persone. E il consiglio direttivo dell’immortale “Istituto opere laiche palatine”, fondato con regio decreto del 1936 con sede a Bari, inattaccabile a dispetto dei disegni di legge di soppressione che incalzano da quattordici anni. C’è il consiglio di amministrazione con 12 componenti del “Banco nazionale prova armi da fuoco” – sorta di ente anagrafe delle armi prodotte in Italia – tutti nominati dal ministero dello Sviluppo. E il cda (tutto composto da ufficiali indicati dalla Difesa) dell’”Istituto di beneficenza Vittorio Emanuele III”, fondato nel 1907 allo scopo di “esercitare funzione di assistenza a favore degli ufficiali pensionati delle Forze armate e della Guardia di Finanzia o dei loro familiari”. Proprio così, beneficenza per ex ufficiali e familiari. Al suo attivo, Villa Lieta a Sanremo, complesso monumentale liberty. Otto invece i componenti cda (tutti di nomina ministeriale) che guidano la Scuola archeologica italiana di Atene, supportata da consiglio scientifico e revisori dei conti.
Professoroni e generali, burocrati e sottobosco politico, professionisti al servizio degli assessorati e uno stuolo di trombati. Esercito di “ex” qualcosa: consiglieri comunali e provinciali, deputati e senatori che hanno perso da poco o lungo tempo il terno al lotto della rielezione e finiti presto sulla giostra degli incarichi. Sempre pubblici. Spesso ministeriali. Quasi sempre legittimati da curricula inappuntabili quando non accademici. C’è insomma un’Italia che vive di gettoni o quanto meno che quel gettone lo ostenta come una medaglia. È l’Italia dei comitati, dei collegi, dei consigli. Insomma, degli organi collegiali dei quali si sconosce l’esistenza e di cui in pochi, in ogni caso, avvertono effettiva esigenza.


Bastano i gettoni, talvolta (ma non sempre) davvero spiccioli, a giustificare una foresta di sigle, enti, istituti? E perché mai guidati da una sola persona?
LA BLACK LIST
La “black list” è venuta fuori negli ultimi mesi al ministero che si è inventato Roberto Calderoli, quel dicastero alla Semplificazione che finora di poltrone “inutili” ne ha cancellate 480. Peccato che, spiegano dagli uffici, ne restino ancora circa 1.020. Salvate, sostenute, foraggiate, mantenute. Già, perché l’Italia dei comitati e dei consigli (di amministrazione, direttivi, tecnici, accademici) fino a poco tempo fa vantava 1.500 incarichi. Un terzo cancellato, gli altri due restano al loro posto. Frutto della recente operazione “taglia enti” e di una più complessiva opera di pulizia avviata nel 2001 e poi messa a punto con la Finanziaria del governo Prodi del 2007, in ultimo intensificata col decreto Calderoli. Il fatto è che, una stima approssimativa, vuole che ancora un miliardo di euro l’anno venga impegnato per il mantenimento di strutture pletoriche, comunque collegiali, destinati alla gestione di enti e istituti che in molti casi potrebbero essere cancellati o ridotti al minimo degli organici.
“L’operazione finora ha comportato l’eliminazione di 480 componenti, una razionalizzazione degli organi stessi e una contrazione della spesa strutturale delle amministrazioni vigilanti – ha spiegato il 3 febbraio scorso il ministro Calderoli rispondendo in aula a un’interrogazione dell’Italia dei valori – con un risparmio complessivo e certo che nel 2009 è stato di 415 milioni di euro”. Tuttavia, è stato costretto ad ammettere il responsabile della Semplificazione, “il percorso iniziato con il nostro decreto nel 2008 non ha consentito di raggiungere i risultati sperati in termini di riduzione del numero a causa delle discutibili, ma, purtroppo, insindacabili resistenze delle amministrazioni vigilanti che hanno l’onere di dichiarare l’utilità di un ente”. Dove, per amministrazioni vigilanti, si intendono non solo i soliti bistratti comuni e le province meridionali a capo di consorzi e società pubbliche locali, i famosi carrozzoni mangiasoldi, ma anche gli stessi ministeri.
Fanno capo proprio a parecchi dicasteri, infatti, le 35 tra agenzie, accademie, istituti consorzi, centri e opere e unioni e leghe e istituti che in ultimo il 31 ottobre 2009 il governo Berlusconi ha “salvato”, approvandone i regolamenti di riordino. Strutture, cioè, la cui sopravvivenza è stata ritenuta necessaria. Assieme a quella di tante altre già “vistate” in precedenza. L’utilità o meno è ovviamente sindacabile, dipende dai punti di vista, e il rischio di cadere nel qualunquismo è alto, soprattutto se l’approccio è quello del profano. Ognuno però si può fare un’idea saltellando da un sito web all’altro.
AVIATORI E TIRO A SEGNO
La lista degli enti e dei loro organi collegiali salvati è lunga, al ministero della Semplificazione. Ecco l’Opera nazionale dei figli degli aviatori. Organo vigilante: il ministero della Difesa. Un consiglio di amministrazione di nove membri, presieduto dal generale Piergiorgio Crucioli e composto da altri 5 generali e tre tenenti colonnelli e poi un segretario generale e un collegio dei revisori di tre membri. Tutti nominati dal ministro della Difesa su proposta del capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare.
L’attività? “Svolta ad esclusivo favore dei figli degli aviatori – si legge nello statuto – allo scopo di provvedere alla educazione morale, intellettuale, fisica, all’assistenza religiosa ed alle cure igieniche e sanitarie, allo scopo di prepararli ad un avvenire adeguato alle loro capacità e tendenze”. Impegno che include, sia chiaro, anche la benemerita assistenza dei 320 orfani figli di militari dell’Aeronautica. Ma sarà davvero necessario un cda affollato come quello di una multinazionale?
Deve la propria sopravvivenza allo stesso ministro della Difesa Ignazio La Russa l’Unione italiana tiro a segno, riacciuffata lo scorso anno dalla fossa degli organismi da cassare. E invece rieccola, viva e vegeta, consiglio direttivo di 17 componenti, in parte gli stessi del consiglio di presidenza di 7 membri guidato (come il primo) da Obrist Ernfried, 5 revisori dei conti. Forse non a caso la pagina Internet si apre con foto del ministro La Russa in visita al Poligono di Legnano.
Dal ciclone della casta erano rimaste travolte le comunità montane con i loro consigli, poi comunque sopravvissute anche quelle. Nulla o quasi si è detto e scritto invece dell’Ente italiano della montagna, che fa capo direttamente alla Presidenza del Consiglio per coordinare le politiche dei territori montani. Prima si chiamava Istituto nazionale della montagna, ora Eim, che ha subito una piccola sforbiciata agli organi collegiali. Restano: il consiglio direttivo composto da 3 membri, un comitato scientifico anche questo di 3 componenti, come il collegio dei revisori dei conti. Governo che viene, presidente che porti. Anche nel piccolo Ente della montagna, il presidente Luigi Olivieri nominato sotto l’esecutivo di Romano Prodi è stato sostituito l’ottobre scorso dal premier Berlusconi con Massimo Romagnoli, ex parlamentare di Forza Italia.
PROMOZIONI DA NORD A SUD
Ma perché dietro ogni missione pur meritevole, con lo scopo dichiarato di tutelare un bene, fornire assistenza, promuovere qualcosa, in Italia si nasconde sempre un consiglio di amministrazione?
A Napoli gode di una sua autorevolezza l’Ente per le Ville vesuviane. Consorzio tra lo Stato, la Regione Campania, la Provincia di Napoli ed i comuni vesuviani che dal 1976 prova a tutelare al meglio i 122 immobili monumentali compresi nei territori di Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. Ma anche lì, consiglio di gestione a 5, presieduto dal professor Giuseppe Galasso, un direttore generale, tre revisori dei conti. Oltre agli otto funzionari tra ufficio amministrativo, tecnico e gestione eventi. Perfino il “Centro mondiale della poesia e della cultura – Giacomo Leopardi”, con sede a Recanati sul Colle dell’Infinito, che organizza eventi con le poche risorse girate da Stato e enti pubblici è guidato da un consiglio di amministrazione di 8 componenti, presieduto da Ferdinando Foschi e con la discendente Anna Leopardi ovviamente membro di diritto.
Nella Finanziaria 2010, uno stanziamento di 407 mila euro viene destinato all’Agenzia nazionale per i giovani. Organismo che “promuove la cittadinanza attiva dei giovani, in particolare, la loro cittadinanza europea e sviluppa la solidarietà e promuove la tolleranza fra i giovani per rafforzare la coesione sociale”.
Fatto sta che per realizzare la sua missione, sponsorizzata da Bruxelles, l’Ang si avvale di un team di 34 persone, presieduto da Paolo Giuseppe Di Caro (Head of the agency). Ex militante-dirigente dei giovani di An, candidato col Pdl alle ultime politiche in Sicilia, tra i primi dei non eletti, è approdato lì su indicazione governativa. Indennità lorda nel 2009: 101 mila euro. Oltre 450 mila euro l’anno per le indennità degli altri dirigenti, funzionari, collaboratori. Unica differenza, rispetto agli altri enti, la carica definita rigorosamente in inglese, che fa molto Union European: Andrea Chirico, Development and Upholding Director, Paola Trifoni, Youth in Action Programme Manager, Giovanna Perfetto e Silvia Strada, entrambe Directorate generale, e via elencando. Ma se è per questo, la medesima legge finanziaria del rigore targata Tremonti, stanzia per quest’anno 6 milioni 808 mila euro per l’Istituto nazionale per studi ed esperienze di architettura navale (Insean), otto membri nel consiglio direttivo presieduto da Giano Pisi, sette componenti del comitato scientifico. In un primo momento aveva rischiato di essere cancellato dal decreto taglia enti. Poi salvato.
I GRANDI SALVATORI
Ma chi ha salvato i consiglieri e le loro mille poltrone? Chi regge la macchina dei comitati e dei consigli e ne gestisce il potere?
Molte resistenze sono state opposte dagli enti locali, altre (non poche), come visto dai ministeri. Per comprenderlo basta scorrere l’elenco aggiornato Istat delle centinaia tra consorzi, agenzie, enti autonomi, enti parco, fondazioni e società pubbliche sparse per mezza Italia. Su quel terreno sarà difficile avventurarsi. Al ministro Calderoli è riuscito più facile cancellare 225 mila norme e darle alle fiamme in una caserma dei vigili del fuoco. Racconta Domenico Mastroianni, ispettore generale capo della Ragioneria generale dello Stato, ascoltato il 20 gennaio scorso dalla commissione Semplificazione del Senato: “Nel luglio 2009, abbiamo inviato una lettera a tutte le amministrazioni per ricevere da parte loro proposte di riordino. Ne sono arrivate poche, per cui non è stato possibile definire obiettivi mirati sulla base delle proposte delle amministrazioni”. Da qui la decisione del governo di procedere d’imperio, fissando alle amministrazioni (non solo locali) obiettivi di risparmio complessivo da 415 milioni di euro, in alternativa la scure: blocco delle assunzioni, riduzioni dei trasferimenti.
“La verità – scrivono i deputati Idv Porcino, Donadi, Evangelisti, Borghesi, Favia e Cambursano in un’interrogazione di poche settimane fa – è che la scadenza del 31 marzo 2009 per i tagli è stata via via prorogata al 31 ottobre 2009 e gli obiettivi di risparmio non sono stati realmente conseguiti, molti enti inutili sono stati dichiarati utili dai medesimi componenti del governo. La riduzione della rappresentanza locale, con l’annunciato taglio di cinquantamila poltrone è stata rinviata al 2011″. La mini cura dimagrante di giunte e consigli comunali e provinciali in realtà è partita per il 2010, ma solo per quelle che sono andate al rinnovo col voto amministrativo di quest’anno. Annunciando il suo programma alle Camere il 10 luglio 2008, il ministro Calderoli era più che ottimista. “Colleghi, Tolstoj sosteneva che non può esservi grandezza senza semplicità, credo che la semplificazione sia un obbligo”. Due anni dopo, tutto si sta rivelando per sua stessa ammissione più difficile del previsto. (Carmelo Lopapa)


'class=



Rate This

Quantcast

Nessun commento: