mercoledì 20 ottobre 2010

Avetrana, la terra del rimorso




IL REPORTAGE

Avetrana, la terra del rimorso che brucia diavoli e streghe


La tomba di Sarah Scazzi

L'omicidio di una ragazzina, l'assedio delle tv, i veleni e i nuovi sospetti. Viaggio nel paese dove ha vissuto (ed è morta) Sarah Scazzi. Mai la crudeltà era stata così invadente. Mai un omicidio era diventato così tanto una colpa collettiva di FRANCESCO MERLO

 AVETRANA - Ogni giorno ad Avetrana bruciano un diavolo o una strega. All'uscita della scuola Morleo, oggi il fuoco tocca a Sabrina: "Le braccia e le mani! Avete visto in tv come le muoveva? Come se non fossero più sue". La signora Cosima parla ad un'altra signora che si chiama pure Cosima, e mentre parlano diventano persino brutte, somigliano a quei diavoli che vogliono cacciare ma che invece si portano dentro. E all'oratorio anche i ragazzi si scoprono razzisti verso i testimoni di Geova: "La mamma di Sarah, la signora Concetta, pensa più alla Bibbia che a Sarah. Qui ad Avetrana essere testimone di Geova è uno stile di vita, un modo di stare in società, come a Gallipoli iscriversi al club della vela". All'ufficio del Comune di Manduria la dottoressa Addolorata Palumbo, pediatra, racconta di "quel rapporto diabolico che nella campagne della nostra Puglia c'è tra padri e figlie: non so se è amore, io credo che si avvelenano a vicenda". Al bar Centrale una folla di vecchi aspetta il collegamento in diretta di "Studio aperto" che inquadra la casa degli orrori, sul tavolo birra e lupini; di fronte, nella Cartolibreria Marcucci, in vetrina c'è un libro della Newton Compton, di Mastronardi e Villanova: "Madri assassine".

Mai l'atrocità e la crudeltà e l'orrore erano stati così invadenti, mai un delitto, a partire dal modo oscenamente televisivo in cui è stato scoperto, era riuscito a diventare sino a questo punto colpa collettiva e inespiabile. Il preside Bruno Leo, una bella faccia laica, ricorda manzonianamente "la funesta docilità" e la feroce passione dei linciaggi e si rifiuta di passare sia davanti alla casa dove Sarah abitava sia davanti alla casa della famiglia assassina: "Ci vada da solo, se vuole". All'improvviso è colto da un disagio che forse - penso - è coraggio civile.
Perciò ferma l'auto. Con noi c'è pure il professore Tommaso Nigro, che ha insegnato italiano anche a Sarah. "Lasciamo perdere" mi dice infastidito dalla propria emozione: "Arrivano dalla capitale come stormi di corvi, come stormi di morte. In Italia i linciaggi li fa la televisione".

Eppure è qui che gli altri avetranesi vanno, perché è qui che si tengono le udienze del teleprocesso quotidiano a tutti i diavoli di Avetrana, che vuol dire "città dei veterani", città dei vecchi soldati in riposo, dei reduci, settemila abitanti, due chiese, niente uomini illustri, niente parlamentari. Mi presentano un ragazzo che studia Diritto a Bari, si chiama Angelo, era stato alla scuola elementare con il fratello di Sarah, Claudio, che ora fa il postino a Milano: "I delitti premeditati sono quelli che non si commettono". Eccone un altro che vuole avere ragione di un delitto fuori della ragione. Prevede che nessuno saprà mai veramente come è andata, "ci saranno tante verità, il solito gioco dell'apparire contro l'essere", il padre contro la figlia e viceversa, la sorella contro la sorella, gli zii contro la nipote. "Pensi - mi racconta don Dario - che Concetta, la mamma di Sarah, è stata adottata da un zio, una guardia campestre che si chiamava Spagnolo ed era detto "Speranza"". Lo zio, mi vuole forse dire, in questo mondo di caratteri forti è il padre reale che si affianca al padre naturale. E invece qui saltano tutti gli avamposti della famiglia tradizionale: non più familismo amorale ma familismo immorale. E non si tratta di un'eccezione ma, se mai, di un caso limite. Basta leggere le statistiche sulle violenze alle donne e ai bambini nella famiglia italiana, soprattutto nelle campagne e non solo al Sud.

Eppure quando il cadavere di Sarah non era ancora stato trovato, i vicini, i reporter, i blog dicevano che la famiglia Misseri era una buona famiglia, che la moglie Cosima e le figlie Sabrina e Valentina, che vive a Roma dove ha sposato un portinaio, avevano salvato Michele da una naturale malinconia, che "si amavano di un amore fatto di silenzi". In un primo tempo dunque la villetta che Michele aveva comprato con i soldi guadagnati in Germania era come un pianeta di pochi ettari, solitario e protetto, un frammento di felicità familiare staccato dal mondo. E i vicini insistevano sulla privacy che Misseri aveva difeso con grande dignità in questo piccolo paese dove tutti conoscono tutti, e non solo perché tutti si spiano. Una sola volta don Dario era stato invitato a bere un caffè in casa e Sabrina gli era parsa paffuta e vivace, ricca di ingegno e di sentimento.

Ma poi ha cambiato faccia Misseri, l'assassino, che non è stato sempre un diavolo, e anzi per Giuseppe, il vicino di casa, la sua indole che oggi è "oscura e malata" allora era "riservata e lunatica". E subito una vicina ricordò di averli sentiti litigare. Dunque Michele è diventato rude e forse beveva e forse segretamente abusava della figlia.
Ma altri dicono che invece no, non è così. Erano madre e figlia che lo dominavano, ne controllavano le pulsioni sessuali e allora la faccia di Michele cambia di nuovo, malato sì ma vittima, schiavo di una dispotica tirannia femminile, arcaico e prelogico, che è poi la linea degli avvocati difensori, la linea dell'autodistruzione e della follia.

Non succede spesso, neppure in questi territori dell'incesto contadino, che padre e figlia si dividano in modo così violento. Certo, sono situazioni limite ma serviranno per capire come si consuma il distacco che è vero perché avviene tra cose che sono veramente attaccate, spaccatura interna, strazio. Sabrina-Michele saranno oggetto di studio, è probabile che Sabrina scriva le sue memorie, ubriaca di televisione, anzi "tarantolata" di vanità mediatica com'è. Mi dice il preside: "E senza l'eco di pietà, di misericordia, se non, astrattamente, solo per la morta che comunque è già dimenticata. Ho chiesto a don Dario, il parroco che ha officiato il funerale, se pensa di farne un'altra Santa Maria Goretti". Ebbene "è una cosa delicata" ha risposto don Dario. E speriamo che l'acqua benedetta non sia olio sul fuoco perché sempre, quando si arriva al dessert della ragione, ci si rifugia nel santino, nella tonaca, e anche la croce diventa un amuleto.

È dunque qui che abitava Sarah, in quest'anonima casetta di periferia, queste erano le scale che saliva e scendeva ogni giorno e questa era l'atmosfera modesta che le rimaneva incollata ai vestiti quando andava in giro con la cugina Sabrina, che forse l'ha uccisa, e con Mariangela, l'amica che ora accusa Sabrina. Persino al supermercato "Tutto a mille" gli animi si accendono contro Sabrina, la strega di turno: "Concetta l'affidava alla cugina di 22 anni. Sette anni di differenza: era come una seconda mamma". Ma il confronto con quelle ragazzone larghe ed eccessive rendeva Sarah più piccola dei suoi 15 anni, "un soldo di cacio di quaranta chili, un metro e cinquanta, e malgrado tutta la buona volontà che ci metteva per rendersi attraente, parlava pochissimo, proprio come lo zio che prima l'ha uccisa e poi forse l'ha violentata".

Sullo zio, la piccola folla del supermercato ricorda solo le brevi frasi piene e rare e poi il silenzio, inteso come categoria dello spirito: "suoni gutturali che somigliano a benevoli grugniti, mezzi sorrisi, monosillabi di circostanza", la parola come spreco. Certamente questa gente che somiglia agli olivi saraceni del Salento ha qualcosa di nodoso e solitario, uomini e donne che hanno dietro le spalle generazioni di mutismo, l'infanzia trascorsa in un mondo che proclama l'inutilità della parola. Mi dice il mio amico preside: "Dire niente in maniera incomprensibile è probabilmente un esercizio troppo diffuso. Ma riesce difficile accettare l'antidoto del dire niente per essere compresi".

Dunque vado da solo anche davanti alla casa della morte. È qui che Sarah muore e rimuore, tra rumori di auto, rombi di moto, riflettori puntati su una porta, e poi noi giornalisti, "giornalisti cannibali e sparvieri, ma anche poveracci" sta scritto con lo spray nero sul muro che circonda la fabbrica del tonno Torre Colimena, l'industria più moderna, la perla del signor Scarciglia detto Meazza.

È sera e sta piovendo. Assisto all'intervista che Enrico Lucci delle "Iene" fa a Giuseppe, il vicino di casa: "Lei è d'accordo con la tesi di Crepet o con quella di Morelli? Non mi dica che non li ha visti da Vespa?". E lo sventurato risponde: "Io ho una mia tesi, e l'ho scritta in una lettera". A chi l'ha spedita? "La darò a qualcuno di voi, a qualcuno della televisione". Mi faccio forza e abbordo anche io i vicini.

A fatica le strappo il nome: Lucia. È alta, magra, bruna, è stata bella. Mi guarda e, con gli occhi, mi fa capire che lei non se la beve, che non crede al rito dell'informazione, ma poi si lascia andare tra sentimento e risentimento: "Misseri era silenzioso, è vero, lavorava la terra e lo chiamavano "ciucciu di fatica", ma secondo lei la riservatezza e il lavoro sono indizi d'accusa o di difesa? Un contadino tutto terra e famiglia è un selvaggio o un poeta?". Vado al cimitero dove la tomba è un letto di fiori e di angeli di ceramica, c'è una donna in raccoglimento, chissà se prega. Mi avvicino: parente? Risponde: "Per carità!". Può dirmi il suo nome?. "No. Sono stata una maestra di Sarah. Ma non ho nulla da dire perché non c'è niente da dire. Mi creda".

Don Dario, che pure al funerale ha invocato la giustizia di Dio e la vergogna degli uomini, non vuole che al rogo finisca l'intera Avetrana: "Ogni volta che accade un delitto in un posto si finisce con il dire che il vero colpevole è il posto". È possibile che per un'adolescente non sia particolarmente piacevole vivere ad Avetrana, ed è ovvio che un povero abbia meno opportunità e sia più tentato dal crimine di un ricco "ma è insopportabile questa spocchia saputella che fa di Avetrana l'inferno nelle caverne". E però - gli dico - occorre che ci sia il diavolo perché l'acqua santa sia santa. Risponde: "Lo scriva che qui non ci sono cinema né discoteche. Ma non dimentichi di aggiungere "per grazia di Dio"". Don Dario racconta che Sarah non era battezzata perché la madre è appunto testimone di Geova: "Ma la ragazza voleva farsi cattolica. Non avrei permesso il funerale cattolico se non avessi consegnato alla Santa Sede la certificazione di quello che dico". Certificazione? "Testimonianze scritte e firmate". La mamma al funerale non c'era. "Sì, ma alla fine è venuta. Ha capito che la Chiesa si era fatta madre".

Vado a trovare Mimmo Scalzo, detto "il vescovo" perché tra i testimoni di Geova di Avetrana è quello con lo stato di anzianità più lungo. E ho subito la sorpresa di trovare un imprenditore che potrebbe stare a Firenze o a Berlino, bella la casa e bella la famiglia, due figli, un ristorante che però "in questi giorni di folla non ho voluto aprire perché non voglio speculare sulla morte di Sarah, sul dolore di Concetta". Paradossalmente in un posto così marginale i Testimoni di Geova sono una possibile, incredibile risposta illuminista alla miseria culturale. Dice Scalzo: "No. Sarah non era testimone di Geova. Mi permetta di aggiungere che, se lo fosse stata, forse non sarebbe finita in quell'inferno, in quella gabbia mentale dove l'hanno rinchiusa zii e cugina".

Questa è la terra degli studi sui tarantolati, la zona della magia, e sulla strada statale che attraversa i mille paesini tutti uguali ci sono ancora molti centri di devozione, tollerati anche se non ufficialmente riconosciuti dalla chiesa, come la statuetta di gesso di san Cosimo, vicino Manduria, e la madonna vestita di bianco che appare il 23 di ogni mese, ma solo una signora del posto può vederla. La religione e il sacrificio di una bambina, il mistero delle donne, tutte queste facce strane, il sordido e il magico sono gli stessi ingredienti del film di Sergio Rubini, "La terra", con Fabrizio Bentivoglio e Claudia Gerini, ambientato nella medievale Mesagne, a 20 chilometri da Avetrana. E proprio qui, nell'entroterra salentino, Ernesto De Martino scoprì la crisi della ragione, la superstizione, i residui preilluministici, la morte e il pianto.... "Mancava solo la sconcezza della televisione" mi dice il preside. Da Avetrana in poi la tv entrerà per sempre nel pasticcio meridionale. In sé non è colpevole e non è innocente, ma, avamposto della modernità nella selvatichezza di tutte le Avetrana d'Italia, ha sostituito la magia come risposta alla deiezione dell'essere, all'angoscia della marginalità: la televisione come doping, la televisione è la nuova "terra del rimorso".
(20 ottobre 2010)
 fonte:

*Avetrana la terra del Rimorso che brucia diavoli e streghe

*Ciao Sarah e alle tante altre.............

*Si cerca il Corpo di Sara nel casolare di Avetrana

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