venerdì 8 ottobre 2010

I Guai giudiziari di Emma Mercegaglia

I guai giudiziari della Marcegaglia: dai fondi neri allo smaltimento illecito di rifiuti tossici
Il fratello del numero uno di Confindustria è stato condannato per una mazzetta. Scoperta anche una rete di evasione fiscale in Svizzera. Nel mirino delle procure anche il padre Steno

di Vittorio Malagutti
da Il Fatto quotidiano dell’8 ottobre 2010


Questa volta non ci sono case a Montecarlo, cucine Scavolini e neppure, che si sappia, finanziarie off-shore parcheggiate al sole di qualche isoletta dei Caraibi. Per capire meglio la vicenda esplosa ieri con le perquisizioni alla redazione de Il Giornale conviene però tentare di rispondere a una domanda fondamentale. Per quale motivo Rinaldo Arpisella, da almeno quindici anni fidato consigliere e lobbista della famiglia Marcegaglia, ha interpretato come una minaccia concreta le frasi pronunciate al telefono dal giornalista Nicola Porro? Perché proprio lui, l’esperto Arpisella, un professionista che gestisce l’immagine della presidente di Confindustria e i suoi rapporti con le istituzioni e con la stampa, si è sentito messo alle strette (addirittura “prostrato” scrivono i magistrati) dalle parole del vicedirettore del Giornale? Un primo indizio utile per abbozzare una risposta lo possiamo rintracciare in un breve articolo pubblicato il 22 settembre scorso dal quotidiano della famiglia Berlusconi. Titolo “Pressing in aula sul fratello del presidente di Confindustria”. Nel testo si dava conto di un’udienza del processo per le tangenti Enipower in cui il pm Carlo Nocerino aveva interrogato un dirigente del gruppo Marcegaglia per capire chi nell’azienda mantovana avesse saputo delle stecche pagate a un manager dell’Eni. La maxi bustarella (oltre un milione di euro) serviva ad aggiudicarsi un appalto di caldaie del valore di 127 milioni di euro

Per questa storia, che risale al 2003, Antonio Marcegaglia ha patteggiato (nel 2004) una condanna a 11 mesi di reclusione e un risarcimento di circa 6 milioni di euro. Ma dalle sue dichiarazioni rese ai pm è nato un filone d’indagine forse ancora più imbarazzante per la famiglia mantovana che controlla uno dei più importanti gruppi siderurgici italiani. Sì, perché grazie alla collaborazione delle autorità di Berna la Procura di Milano ha ricostruito una rete di conti svizzeri alimentati per un decennio da fondi neri dei Marcegaglia. Un vero tesoretto, che secondo la ricostruzione dei magistrati sarebbe stato utilizzato dalla famiglia della presidente di Confindustria per una lunga serie di operazioni riservate. L’inchiesta l’anno scorso è approdata alla procura di Mantova per competenza territoriale. E anche l’Agenzia delle Entrate ha aperto un’indagine.
Il capitolo non è ancora chiuso, quindi, anche se i Marcegaglia hanno più volte reagito alle indiscrezioni puntualizzando che si tratta di “episodi già da tempo definiti”. Certo l’interrogatorio del 21 settembre, nei termini in cui il Giornale l’ha riportato nel suo articolo, potrebbe far pensare che in Procura a Milano non ritengano chiarita del tutto quella vicenda. Così come del resto è in pieno svolgimento anche un’altra inchiesta penale che coinvolge Steno Marcegaglia, padre di Emma, questa volta a Grosseto. È una storiaccia di smaltimento illecito di rifiuti pericolosi che ruota attorno alla Agrideco, un’azienda maremmana. A febbraio l’operazione, nome in codice “Golden Rubbish” ha portato in carcere una quindicina di persone. ma in tutto gli indagati sono 61 e tra questi anche il fondatore del gruppo Marcegaglia, perché secondo l’accusa anche uno dei suoi impianti, quello di Ravenna, avrebbe smaltito scorie di lavorazione in modo illegale. Anche in questo caso il gruppo mantovano ha respinto tutte le accuse. Così come nei mesi scorsi sono sempre state respinte al mittente illazioni e voci sugli affari dei Marcegaglia alla Maddalena.

Proprio una società del gruppo mantovano si è infatti aggiudicata la gestione del nuovo Arsenale, una delle strutture finita al centro dello scandalo di Bertolaso e compagni. Socio dei Marcegaglia in questa operazione è il manager-finanziere
Massimo Caputi, uomo dal lungo curriculum e dalle mille relazioni nei Palazzi romani. La famiglia della presidente di Confindustria non è stata mai coinvolta nelle indagini su questa specifica vicenda. Resta aperta però la questione probabilmente più imbarazzante. Quella che riguarda l’immagine di Emma Marcegaglia tirata in ballo, lei o il suo gruppo, in inchieste penali da un capo all’altro della Penisola. Forse per questo alzando il telefono con Porro, perfino lo smaliziato Arpisella, si è sentito minacciato. Peggio: prostrato.



Il buono, il brutto e il cattivo




di Marco Travaglio


Avendo assaggiato i trattamenti speciali dei massaggiatori del Giornale (e non solo di quello), potremmo commentare la notizia come farebbero loro se i perquisiti fossimo noi: “Incastrati i terroristi del Fatto: la Procura di Napoli smaschera i seminatori di odio”. Invece siamo coscienti che l’inchiesta sfociata nelle perquisizioni al Giornale si muove sul filo del rasoio: il rischio di scivolare dai doverosi accertamenti su una notizia di reato (avvalorata dalla testimonianza di Emma Marcegaglia) in una lesione della libertà di stampa è concreto e reale. E ne sono consapevoli gli stessi Pm Woodcock e Piscitelli (sostenuti dal procuratore Lepore, magistrato superprudente), quando precisano che il giornalista “ha il pieno diritto di scrivere ciò che ritiene, di criticare anche in modo duro, pungente e veemente” e “anche di essere fazioso”, ma non di “utilizzare la prospettazione dei propri scritti al solo scopo di coartare la volontà altrui”.

In attesa di conoscere gli sviluppi dell’indagine, che è agli inizi (i fatti sono di pochi giorni fa) e serve appunto a verificare la fondatezza o meno di un’accusa, accantoniamo gli aspetti penali della vicenda, che affidiamo ai giudici. E concentriamoci su quelli politici e deontologici, di cui l’Ordine dei giornalisti, dopo le frasi di rito contro le perquisizioni al Giornale, farebbe bene a occuparsi. Un iscritto all’Albo dei giornalisti, che ancora l’altra sera si presentava in tv come “volto umano del Giornale” diretto da Sallusti (definito scherzosamente “belva umana”), scrive un sms al portavoce della Marcegaglia poche ore dopo che questa ha duramente criticato il governo B.: “Domani superpezzo giudiziario sugli affaire della family Marcegaglia”.

Un’ora dopo rincara: “Ora ci divertiamo, per venti giorni rompiamo il culo alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova”. I “segugi” sono i cronisti che massacrano Fini da due mesi, precisamente dal giorno in cui Fini è stato cacciato dal Pdl per ordine di B. Contestualizziamo, direbbe monsignor Fisichella: per la presidente di Confindustria si prospetta un trattamento Fini, Boffo, Di Pietro, Boccassini, Mesiano, Ariosto, Prodi, D’Addario, Veronica, Montanelli, Santoro, Biagi, Luttazzi e così via (aggiungete, a piacere, chiunque si sia messo di traverso sulla strada di B. in questi 16 anni). La signora, avendo evidentemente motivi per temere qualcosa (ci sono indagini sul suo gruppo, in corso per smaltimento illegale di rifiuti e già concluse con patteggiamenti per corruzione), si allarma e alza il telefono.

Per chiamare chi? Non Porro o Sallusti o Feltri (il buono, il brutto e il cattivo). Ma Confalonieri. Che chiama Feltri. Risultato tutt’altro che imprevedibile: i dossier sulla Marcegaglia, casomai i segugi li stessero raccogliendo, non escono. Domanda: con chi parliamo quando ci chiama un cronista del Giornale o di altri quotidiani specializzati nel killeraggio degli avversari di B.? La Marcegaglia si risponde: sto parlando con B. in uno dei suoi vari travestimenti. E si sente minacciata, come tanti suoi illustri predecessori nel trattamento (“ho percepito l’avvertimento come un rischio reale e concreto alla mia persona e immagine… Al Giornale erano piccati per le mie dichiarazioni contro il governo…”). E ne riceve conferma a stretto giro (“Confalonieri mi richiamò, mi disse di aver parlato con Feltri e che era tutto a posto: il Giornale avrebbe desistito”).

 Porro dice che scherzava: speriamo sia così, anche se dovrebbe domandarsi perché è stato frainteso (il “contesto”, appunto). Sallusti non trova di meglio che invocare una perquisizione al Fatto. Forse non sa che è già accaduto (i Pm di Bari cercavano le fonti del nostro scoop sull’inchiesta di Trani). In ogni caso, si accomodi: noi le notizie le pubblichiamo quando le abbiamo e tutte, che danneggino la destra o la sinistra o la destra e la sinistra insieme. E gl’interessati se le leggono sul giornale. Non siamo usi avvertirli in anticipo, magari per ritrarre la penna in cambio di qualche favore al padrone. Forse perché non abbiamo padroni.

Da il Fatto Quotidiano del 8 ottobre 2010

INTERVISTA AL PROCURATORE DI NAPOLI G. LEPORE A CURA DEL TG9, Ndr9
inchiesta penale che coinvolge Steno Marcegaglia, padre di Emma
Golden Rubbish
avrebbe smaltito scorie di lavorazione in modo illegale
illazioni e voci sugli affari dei Marcegaglia alla Maddalena
Giornalettismo
Emma Marcegaglia
le perquisizioni alla redazione de Il Giornale
Le carte dell'inchiesta: "Adesso ci divertiamo, vi romperemo..."  
La Marcegaglia: "Non mi intimidite"

Audio - Le intercettazioni su Internet

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