sabato 14 marzo 2015

Piano Regione Sicilia Tutela Qualità Aria: LA COMMISSIONE PARLAMENTARE RIFIUTI IN SICILIA «CU...

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE RIFIUTI IN SICILIA
«CUFFARO, LOMBARDO, CROCETTA: GLI STESSI PROBLEMI»

CARMEN VALISANO 13 MARZO 2015



CRONACA Un rapporto con le discariche private «di palese illegalità a livello amministrativo». Un deficit finanziario importante. Un sistema di impianti che ha lacune «di tutti i tipi e di tutti i generi». E poi l'interesse immutato dei clan mafiosi. Quello dipinto da deputati e senatori al termine della tre giorni in Sicilia è un quadro a tinte fosche 

COMMISSIONE PARLAMENTARE INDAGINE SUGLI ILLECITI NELLA GESTIONE DEI  RIFIUTI

«Facevo parte della commissione anche nel 2010. Non mi sembra che ci siano stati cambiamenti in positivo. Quando non funziona l'ordinario, nello straordinario si infila di tutto». Il quadro dipinto da Alessandro Bratti, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti, al termine dei tre giorni di sopralluoghi in Sicilia è sconfortante. «Siamo vicini a una situazione di emergenza. Durante le ultime tre gestioni (i governi regionali guidati da Totò Cuffaro, Raffaele Lombardo e quello in carica di Rosario Crocetta, ndr) le problematiche relative ai rifiuti non sono state affrontate». 

Lungo l'elenco delle note dolenti: differenziata ai livelli più bassi in tutta Italia, problemi sulle costituzioni degli Ato, un «deficit finanziario importantissimo», un sistema di impianti che ha lacune «di tutti i tipi e di tutti i generi». «Non sono impianti, sono delle buche», precisa con semplicità e un pizzico di amarezza Stefano Vignaroli, deputato del Movimento 5 stelle. Il nodo cruciale: la gestione dei rapporti con le discariche private, definito «di palese illegalità a livello amministrativo». E il dubbio principale è quello relativo alla volontà di chi dovrebbe controllare. «Non è chiaro se è una disorganizzazione voluta perché avvantaggia alcuni potentati economici rispetto ad altri».

Alle falde dell'Etna è l'impianto di contradaValanghe d'inverno, aMotta Sant'Anastasia, il protagonista delle audizioni e dei documenti raccolti. Qui il gruppo ha anche effettuato un sopralluogo e incontrato gli esponenti dei comitati civici No discarica. Più volte il discorso di Alessandro Bratti torna sulla vicenda giudiziaria che tocca la gestione dell'impianto della Oikos spa, azienda coinvolta assieme ai gestori di Mazzarrà Sant'Andrea (in provincia di Messina) e di Agrigentonell'inchiesta della procura di Palermo Terra mia sfociata in un processo giunto alle prime battute. Un caso che, assieme alla presunta corruzione di un dirigente regionale, Gianfranco Cannova, vede una serie di «accuse molto pesanti tra dirigenti», oltre a «controlli ambientali carenti». Una vicenda che, sebbene parta dai corridoi dell'assessorato regionale all'Ambiente, «non risparmia Catania», precisa il presidente della commissione.

Le attività della discarica di Motta sono gestite dai tre commissari nominati dal prefetto - quello catanese è il primo provvedimento interdittivo antimafia applicato nel settore -, ma l'impianto di biogas continua a riversare gli utili - stimati in tre milioni di euro - nelle casse della famiglia Proto. E all'ombra delle vasche costruite nella valle del fiume Sieli si susseguono le segnalazioni di «contributi a politici e presenze di parenti degli amministratori locali tra i dipendenti». Secondo le informazioni della commissione, «se al 31 marzo non cambierà nulla, la discarica non dovrebbe più accogliere rifiuti». Ma sul suo destino gravano le stesse incertezze che incombono sulla struttura ormai esaurita della contigua contrada Tiritì. «Per il post mortem (le attività di bonifica, ndr) non ci risultano stanziamenti», afferma Bratti. 

Sempre nel Catanese, un nuovo fronte potrebbe aprirsi sulla Sicula trasporti, titolare dell'impianto di Grotta San Giorgio che ha appena ricevuto le autorizzazioni all'ampliamento da 500mila metri cubi. Se i titolari hanno spiegato ai parlamentari che tutto l'iter è stato condotto regolarmente, «l'impianto pare che non sia in ordine», affermano guardandosi quasi con imbarazzo i parlamentari. Che esprimono la «difficoltà a comprendere come i privati possano andare avanti in queste condizioni». 

Altro aspetto messo in risalto dalla commissione è l'infiltrazione mafiosa: «C'è e continua a esserci un forte interesse dei clan». Tanto che nelle relazioni raccolte dalla commissione, l'unica provincia dalla quale non sarebbero emersi rapporti con Cosa nostra è la sola Caltanissetta. Nel corso della tre giorni in Sicilia sono stati sentiti anche i sindaci indicati dalla prefettura etnea oggetto di intimidazioni e pressioni per l'assegnazione di appalti nel campo della raccolta dei rifiuti. «Spesso nella gestione delle gare chi partecipa è una sola azienda», sottolinea il parlamentare.

«È anomalo che la metà dei rifiuti della Sicilia venga a Catania», interviene Vignaroli (M5s). Che spiega come il nucleo operativo ecologico dei carabinieriha solo sette uomini per indagare anche sulle piccole discariche. «Le procure hanno difficoltà». Alla commissioni sono arrivate segnalazioni «su una serie di rapporti di origine corruttivo. E rapporti molto stretti tra dipendenti, gestori e amministratori». Un esempio potrebbe essere quello di Agrigento, dove «ci siamo soffermati molto sulla discarica di Siculiana». Sono stati passati al vaglio i rapporti tra la famiglia Catanzaro, proprietaria del sito e gli amministratori locali, e le modalità attraverso le quali sono state rilasciate le autorizzazioni. Ma, così come per la struttura nel Messinese, ancora non vengono dati dettagli. 

Quello concluso oggi è il primo di tre sopralluoghi che toccheranno anche il resto della Sicilia, con visite anche in provincia di Messina e nei grandi poli industriali dell'isola. «Abbiamo ascoltato l'ex assessore Nicolò Marino e l'attuale assessora, Vania Contrafatto, oltre all'ex dirigente Marco Lupo». 

Nelle prossime missioni - condotte da Dorina Bianchi (Nuovo centrodestra),Stella Bianchi (Partito democratico), Miriam Cominelli (Pd), Renata Polverini (Forza Italia), Vignaroli (Movimento 5 stelle), Giuseppe Compagnone (Grandi autonomie e libertà), Pamela Orrù (Pd), Bartolomeo Pepe (Misto), Laura Puppato(Pd) - «incontreremo Rosario Crocetta e altre persone legate all'amministrazione regionale», promette il presidente Bratti. Sono stati trattati anche i casi relativi ad Amia ambiente e al processo Ofelia, così come al caso dei sei operai del Comune di Mineo morti mentre lavoravano nel depuratore

Al termine della sconfortante relazione, la sensazione è che ci si trovi davanti a una situazione gravissima, che non lascia scampo a possibilità di trovare soluzioni a breve termine. Forse un commissariamento? «Non possiamo decidere per la Regione», risponde Bratti. Ma, allo stato attuale, il mondo dei rifiuti viene descritto come una bomba pronta a esplodere: «Può solo peggiorare, non si vedono miglioramenti di sorta».


OFELIA, CARTE RITROVATE ASCIUTTE, PULITE E IN DIGITALE
MA ADESSO È IL PROCESSO CHE RISCHIA DI AMMUFFIRE

DARIO DE LUCA 11 NOVEMBRE 2014

CRONACA Si è chiuso il giallo sulla sparizione dei documenti del processo a carico degli imprenditori Giuseppe e Alessandro Monaco, accusati di gestione di rifiuti pericolosi, e a due funzionari della provincia etnea. Eppure, al ritmo di un'udienza al mese, i termini di prescrizione sono sempre più vicini

Nessuna caccia al tesoro e niente documenti ammuffiti. I faldoni del processo Ofelia sono asciutti e puliti. «Gli atti ci sono, sistemati semplicemente dove dovevano stare» spiega ai giudici il pubblico ministero Giovannella Scaminaci. Passato un mese dall'ultima udienza, si chiude definitivamente il giallo, rivelatosi falso, che incombeva sul processo in cui a sedere sul banco degli imputati sono gli imprenditori Giuseppe e Alessandro Monaco, titolari rispettivamente delle società Ofelia Ambiente e Bas Bis Engeenering srl. Accusati dalla procura etnea, insieme a due funzionari della provincia di Catania, a vario titolo di gestione di rifiuti pericolosi, abuso d'ufficio e falsità ideologica. Un presunto sistema catalizzato sulla spazzatura che si sarebbe sviluppato tra due impianti per il trattamento dei rifiuti situati a Santa Venerinae una presunta discarica abusiva nei pressi di Ramacca dove la munnizza sarebbe stata illecitamente smaltita.

Ad avanzare dubbi e perplessità ipotizzando addirittura «lo smarrimento di faldoni e documenti» erano stati gli avvocati difensori. Un processo nato viziato? Assolutamente no per la procura, ma semplicemente delle difficoltà nella consultazione del Tiap, l'applicativo informatico sviluppato dal ministero della Giustizia per la gestione e la consultazione dei fascicoli classificati per tipologia e cronologia. L'informatizzazione della macchina giudiziaria, almeno in questo caso, non pare però aver raggiunto i risultati sperati. Su tutti il cambio di velocità di una giustizia lumaca che vede l'Italia come il fanalino di coda dei paesi dell'Unione europea per la lentezza dei suoi processi. Dal rinvio a giudizio di Monaco & co. - risalente al 27 gennaio 2014 - sono trascorsi quasi undici mesi. E non si è ancora aperto il dibattimento. 

Sciolto questo nodo ci saranno da sentire i testimoni di accusa e difesa, analizzare complesse perizie e ovviamente decidere sulle ipotesi di reato. In mezzo c'è già tutta la quotidiana routine del palazzo di giustizia: dal primo rinvio del 14 aprile per il più classico difetto di notifica, passando per la valutazione delle richieste di costituzione delle parti civili di luglio, fino alla cronaca giudiziaria attuale in cui si ipotizzava lo smarrimento della documentazione. A incombere su tutto, come spesso accade, sono anche i termini di prescrizione con gli imputati sospesi in un limbo pieno d'interrogativi. Ai fatti, ormai risalenti al periodo 2006-2009, si aggiunge un processo di primo grado, problemi in corso d'opera esclusi, che si svolgeràogni secondo martedì del mese. L'ipotesi di una fine anticipata non è fantagiustizia.

Da risolvere, prima dell'inizio del dibattimento, ci saranno infatti altre eccezioni sollevate dalle difese, sulle modalità con cui vennero svolte le indagini. Accertamenti e controlli che, per gli avvocati, non avrebbero garantito agli imprenditori imputati il diritto di difesa. Tra queste anche la distanza dei laboratori ,«situati a 700 chilometri da Catania» per le analisi, durate due mesi, dei frammenti di terreno. Lontananza e tempi eccessivamente lunghi che non avrebbe garantito, per le difese, la possibilità a Monaco di poter assistere alle procedure.


http://catania.meridionews.it/articolo/29377/ofelia-carte-ritrovate-asciutte-pulite-e-in-digitale-ma-adesso-e-il-processo-che-rischia-di-ammuffire/

Conclusioni. (della Commissione parlamentare  sulle attività illecite dell’ottobre 2010)


Le verifiche in relazione alla problematica dei rifiuti nella regione siciliana hanno dimostrato la necessità di una scrupolosa applicazione della legge nella gestione del ciclo dei rifiuti.

Infatti, l'inefficienza che si è avuto modo di constatare non è dipesa da ipotetiche complicazioni di natura burocratica conseguenti alle procedure disciplinate dalle norme, ma dalla assoluta inettitudine di un regime in deroga a realizzare lo scopo finale di uno smaltimento dei rifiuti in sintonia con la salvaguardia di quegli interessi che la legge intende tutelare in materia ambientale.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti non può considerarsi risolto per il solo fatto, per così dire, che per gli stessi vengano trovati luoghi ove concentrarli, perché la questione non è di spostare i rifiuti da un luogo ad un altro, ma di smaltirli senza danno per l'ambiente.

Attualmente in Sicilia il ciclo dei rifiuti può, più realisticamente, essere definitivo un non ciclo, in quanto i rifiuti vengono conferiti in discarica e vi sono percentuali di raccolta differenziata bassissime in quasi tutti i comuni siciliani.

Tamponare, nell'emergenza, le problematiche relative alle discariche attraverso il regime in deroga ad oggi non ha avuto altro effetto che aggravare ulteriormente la situazione e la discarica di Bellolampo è in qualche modo ne è l'emblema.
In Sicilia il settore dei rifiuti si caratterizza perché esso stesso organizzato per delinquere.
È la più eclatante manifestazione della legge dell'illegalità, cioè l'illegalità si è fatta norma che permea negli aspetti più minuti e capillari qualsivoglia aspetto afferente al ciclo dei rifiuti.
Il sistema si pone come obiettivo non già lo smaltimento dei rifiuti, ma il «non smaltimento» dei rifiuti medesimi.
Il rifiuto, infatti, in questo paradossale sistema, è esso stesso la ricchezza e come tale va conservato e tutelato affinché non si disperda.

La vicenda relativa al percolato prodotto dalla discarica di Bellolampo è un esempio lampante di come il rifiuto (che in quel caso ha anche determinato una situazione di disastro ambientale) si trasformi in «ricchezza», e consenta di far conseguire illeciti profitti alla criminalità organizzata e non.

A questo punto appare talmente organizzato il disordine organizzativo da far nascere la fondata opinione che esso stesso sia intenzionalmente architettato al fine di funzionare come generale giustificazione per l'inefficienza di ciascuna articolazione della macchina burocratica, in modo che ciascun ufficio possa giustificare la propria inefficienza con la presunta inefficienza di un altro ufficio, e così via all'infinito, in una perversa spirale e comunque in modo da far perdere a chi eventualmente volesse capirci qualcosa il bandolo della matassa.

Il ciclo dei rifiuti in Sicilia è un esempio di «disfunzione organizzata».

Si tratta di un sistema che si fonda su una materia apparentemente assai dura, ma in realtà assai fragile, come l'argilla, e riesce a preservarsi nella misura in cui nessun serio meccanismo di tutela svolga la sua funzione.
Laddove fosse minimamente efficace un'attività programmatica di controlli preventivi, l'intero sistema crollerebbe.
Ebbene, il sistema in deroga non farebbe altro che ulteriormente legittimare lo stato attuale di cose, provocando ulteriori metastasi nel sistema.

Quali le soluzioni? In questo contesto l'estrema ratio della norma penale assolve alla sua funzione di prevenzione generale e speciale e di retribuzione del male compiuto.

Vanno, come evidenziato da diversi procuratori della Repubblica nel corso delle audizioni, potenziati gli strumenti di accertamento, sia nella fase preventiva, sia nella fase propriamente investigativa.

Solo in questo modo è possibile avviare tutte quelle attività di verifica che farebbero crollare, come un castello di sabbia, il sistema dell'illegalità che caratterizza il settore dei rifiuti nella regione.

La vicenda dei termovalorizzatori, poi, favorisce uno spaccato allucinante della situazione in Sicilia perché dimostra come la criminalità organizzata abbia una straordinaria capacità di avere contezza di quelli che sono gli affari e questo presuppone l'esistenza di un'area di contiguità estremamente estesa e consolidata che abbraccia interi settori delle professioni, della politica e della pubblica amministrazione.

Laddove la criminalità organizzata fosse riuscita effettivamente ad ottenere la gestione dei termovalorizzatori, tutte le varie fasi del ciclo dei rifiuti in Sicilia ne sarebbero state condizionate.

L'aspetto particolarmente allarmante della vicenda è che il settore dei rifiuti non è paragonabile ad altri settori dell'economia, nei quali pure la criminalità organizzata è riuscita ad infiltrarsi in Sicilia, in quanto si tratta di un settore che attiene al soddisfacimento di quelli che sono i bisogni primari dell'uomo, ossia la propria salute e la salvaguardia ambientale
La gestione da parte della criminalità organizzata dell'intero ciclo dei rifiuti in Sicilia, attraverso la realizzazione e la gestione dei termovalorizzatori, avrebbe avuto conseguenze disastrose non solo per l'economia del settore, ma soprattutto per la salute dei cittadini siciliani e per l'ambiente.
In questo senso certamente meritoria è stata la scelta del governo attuale della regione siciliana di presentare presso gli uffici della procura della Repubblica di Palermo un dossier nel quale sono stati evidenziati gli elementi di distorsione della procedura per l'aggiudicazione della gara concernente i termovalorizzatori sia sotto il profilo prettamente amministrativo che sotto il profilo delle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata (con conseguente nullità delle convenzioni stipulate dal commissario delegato).

La summenzionata denuncia ha consentito l'apertura dell'indagine presso la procura di Palermo, ove, fino a quel momento, non era stata aperto alcun procedimento penale in merito a questa vicenda. Si tratta di una circostanza, questa, che non deve meravigliare, non potendo l'autorità giudiziaria avviare indagini meramente esplorative e in assenza di una notizia di reato.

Vanno altresì apprezzati alcuni recenti sforzi della regione di introdurre norme rigorose con la previsione di altrettante rigorose sanzioni in caso di mancata osservanza da parte dei destinatari.

Assolutamente inutile, anzi deleteria, appare allo stato la dichiarazione dello stato di emergenza nella regione siciliana nel settore dello smaltimento dei rifiuti e la nomina di un commissario delegato, come peraltro avvenuto in passato senza alcun risultato, se non quello di alimentare l'emergenza medesima, e quindi l'inefficienza nel settore.

La strada da seguire è allora quella della rigorosa applicazione delle norme, del potenziamento dei sistemi di controllo esterni ed interni, della formazione di polizia giudiziaria specializzata ed attrezzata per questo tipo di indagini, della applicazione delle sanzioni penali (le sole che hanno una efficacia specialpreventiva e generalpreventiva), della possibilità per l'autorità giudiziaria di utilizzare tutti gli strumenti investigativi che il codice di procedura penale prevede per la ricerca della prova.

A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE


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