martedì 22 settembre 2015

Isola delle Femmine Italcementi e Ambiente: Cantiere navale di Palermo verso la chiusura? Ricc...

Cantiere navale di Palermo verso la chiusura? 

Riccardo Gueci* [22 Sep 2015 |

In queste ore è in atto un gioco delle parti tra governo Renzi, governo Crocetta e Fincantieri. Il gioco consiste nell’imminente pubblicazione di un bando di project financing per la realizzazione di un nuovo bacino di carenaggio. Fincantieri troverebbe la scusa per chiamarsi fuori. Se nessun privato si farà avanti la chiusura del Cantiere navale di Palermo sarà nelle cose. Le denunce della Fiom-Cgil e i silenzi della politica (con l’eccezione di Rifondazione comunista)
Il governo della Regione siciliana presieduto da Rosario Crocetta ha trovato la formula per privatizzare il Cantiere navale di Palermo. Si va, infatti, verso un bando di project financing per la progettazione, la realizzazione e la gestione del nuovo bacino di carenaggio da 90 mila tonnellate e la demolizione dei bacini da 19 mila e da 52 mila tonnellate. Questi sono ormai vetusti e conviene più demolirli che tenerli in manutenzione. Fincantieri - che fino ad oggi ha gestito il Cantiere navale del capoluogo dell’Isola - che aveva chiesto alla Regione siciliana di finanziare la costruzione del nuovo bacino, se vorrà potrà partecipare alla gara di aggiudicazione del bando di finanza di progetto.
Questa soluzione pare risolva molti problemi in un sol colpo. Il primo è quasi certamente il disimpegno di Fincantieri dalla Sicilia. Impegno che stancamente la società finanziaria nazionale della cantieristica navale ha portato avanti in questi ultimi anni senza grande entusiasmo, né progettualità. Ogni volta che si è dovuto parlare delle sorti del Cantiere navale di Palermo, Fincantieri ha dovuto fare i salti mortali per proseguire nella gestione, riservando al nostro impianto un mercato sempre più residuale, della serie tirare a campare. Gli interessi di Fincantieri sono stati sempre rivolti agli impianti del Nord Italia, da Monfalcone a Genova.
cantiere navale pa
Un'immagine del cantiere navale di Palermo
La soluzione trovata, tirando le somme, fa comodo a Fincantieri e al governo nazionale di Matteo Renzi, che si chiamano fuori dal Cantiere navale di Palermo. E fa comodo a una Regione con le ‘casse’ svuotate dallo stesso governo nazionale. Il governo Crocetta senza soldi ha trovato così il modo per liberarsi una volta per tutte della preoccupazione di trovare i finanziamenti per potenziare il Cantiere navale di Palermo.
I soldi in precedenza, seppure a fatica, si sono sempre trovati. Ma questa volta, con la gestione finanziaria della Regione, di fatto commissariata dal governo Renzi (è Renzi, non lo dimentichiamo, che ha imposto al governo Crocetta l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, con il compito di finire di svuotare le ‘casse’ della Regione: compito che Baccei ha eseguito con ‘diligenza’), non si riesce più a trovare un Euro per sostenere il Cantiere navale di Palermo. Baccei è riuscito a mettere assieme non più di 50/60 milioni di Euro rispetto ad un fabbisogno che si aggira tra i 90 e i 100 milioni di Euro. A tanto ammonta il costo dell'operazione di progettazione e realizzazione del nuovo bacino di carenaggio da 90 mila tonnellate e la demolizione dei due più piccoli, ormai obsoleti.
In sostanza, il nuovo Cantiere navale di Palermo sarà privatizzato e ceduto all'impresa che offrirà le migliori condizioni nella gara di progetto di finanza. Va da sé che, se non si farà avanti alcun privato, la chiusura del cantiere navale di Palermo sarà nelle cose. E Renzi e Baccei avranno buon gioco a dire: “Noi ci abbiamo provato, ma il mercato non ha risposto”. Un gioco delle parti per chiudere lo storico Cantiere navale di Palermo.  
Tra i concorrenti potrebbe esserci anche Fincantieri con la sua offerta. Ma, a lume di naso, riteniamo che la finanziaria nazionale neanche parteciperà, per la semplice ragione che gli orientamenti governativi nazionali non dimostrano grande interesse per il potenziamento produttivo del Meridione. Un conto sono le promesse di Renzi per il rilancio del Sud, altra e ben diversa cosa sono i fatti.
Sul versante sindacale si registra una presa di posizione che punta a sollecitare l'intervento della Regione siciliana in favore del finanziamento del nuovo bacino di carenaggio. Il timore è che, una volta fuori Fincantieri, si prospetti la chiusura del cantiere navale di Palermo. Le cronache registrano 16 ore di sciopero dei lavoratori, sia per spingere il governo regionale a finanziare la costruzione del nuovo bacino di carenaggio, sia per il rinnovo del contratto integrativo aziendale, scaduto da un anno. Il primo sciopero dovrebbe avere luogo il 26 settembre, mentre il secondo, a carattere nazionale, al quale dovrebbero partecipare i lavoratori di tutti i Cantieri navali d'Italia, è previsto per il prossimo 2 ottobre.
Da notizie attinte dalla Fiom-Cgil di Palermo, sembrerebbe che gli orientamenti del governo regionale mostrino una qualche disponibilità a finanziare la realizzazione del nuovo bacino. La questione vera, però, è quella che abbiamo riportato in apertura, tutto il resto è ‘annacamento’ per blandire le pressioni sindacali. La scelta del progetto di finanza è ormai definitiva e la Regione sta concordando con il ministero dello Sviluppo economico i dettagli per lanciare il bando di gara.
D'altra parte, tranne il partito di Rifondazione Comunista che ha emesso un comunicato di adesione allo sciopero del 26 settembre, nessun partito, ed in particolare, il Partito Democratico, ha fatto trapelare un orientamento a sostegno della rivendicazione sindacale. Il che la dice lunga sui reali orientamenti relativi alle sorti del Cantiere navale di Palermo. Né abbiamo avuto modo di registrare una presa di posizione del Sindaco o del Consiglio comunale di Palermo sulla questione o esprimere solidarietà alle lotte dei lavoratori. Ormai nel capoluogo dell’Isola sembra sia prevalsa l'assuefazione alla sorte, qualunque essa sia, riservata allo storico Cantiere navale di Palermo, qualunque essa sia. Sono ormai lontani i tempi in cui, quando la questione Cantiere navale era all'ordine del giorno, tutta la città di Palermo entrava in fibrillazione e la solidarietà veniva espressa da tutta la popolazione.
Queste nostre note non vogliono intonare il de profundis su una realtà storica del lavoro nel capoluogo siciliano. Vogliono , però, con chiarezza esprimere la durezza del cambiamento, di sicuro non in meglio, del sentire della città e registrare che i forsennati cambiamenti che il governo Renzi sta imponendo al nostro Paese, noi meridionali li paghiamo a caro prezzo, anche con la fine di un pezzo della storia produttiva e del lavoro di Palermo.

Oggi il nostro Riccardo Gueci approfondisce una notizia che a Palermo si sussurra da qualche tempo: ovvero la possibilità, tutt'altro che remota, che chiuda il Cantiere navale di Palermo. Stiamo parlando di una realtà produttiva storica del capoluogo siciliano, che ci riporta agli anni della "Citta felice", quando la famiglia Florio - tra la fine dell'800 e i primi del '900 - governava l'economia della città e Palermo era una delle 'Capitali' economiche e culturali d'Europa. 
Di fatto, il Cantiere navale è l'ultima testimonianza ancora in vita di una stagione ormai lontana. Da anni il Cantiere navale di Palermo è gestito da Fincantieri, una finanziaria dello Stato. Ma adesso sembra che il governo Renzi sia orientato a mantenere in vita la cantieristica del Nord Italia, non quella del Sud. Come racconta Gueci, in queste ore è in corso un gioco delle parti. Il governo nazionale - con la connivenza del governo siciliano di Rosario Crocetta - sta, di fatto, privatizzando la gestione del Cantiere navale di Palermo. Se nessun privato si farà avanti - cosa probabile - il destino di questa realtà produttiva del capoluogo siciliano sarà segnato. 
Alla fine - come potete leggere nell'articolo - questo gioco delle parti messo in atto non è altro che la risultante del fatto che Roma ha lasciato senza soldi la Regione siciliana. Senza i 100 milioni per realizzare il nuovo bancino di carenaggio, la Regione dovrà procedere a un bando di project financing. Se non si presenterà alcun privato - e la cosa è probabile - addio al Cantiere navale di Palermo.     

Ragazzi: ci stanno togliendo anche la sovranità fiscale per darla alla UE? La lettera di Savona a Mattarella

[27 Aug 2015 | 


Un argomento così importante - soprattutto dopo la cessione della sovranità monetaria e dopo la crisi greca - dovrebbe coinvolgere Parlamento, Governo, Regioni e Comuni italiani. Anche perché, come spiega bene in questa lettera l’economista ed ex Ministro della Repubblica Savona, l’Italia, in questa partita, si gioca la poca democrazia rimasta  
Il dibattito sul futuro della moneta unica europea è molto presente nella rete. Ma, chissà perché, non trova grande interesse in tanti giornali e nelle tv. Eppure il tema è molto importante, soprattutto alla luce di quello che è avvenuto e che sta avvenendo in Grecia. E anche rispetto a quello che potrebbe avvenire in Italia. Su Scanarieconomici.it, per esempio, è apparsa una lettera aperta dell’economista Paolo Savona, diretta al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dal titolo molto indicativo: “No a cessioni di sovranità”. La lettera ci sembra importante, sia perché una cessione di sovranità fiscale non può passare inosservata, sia perché Paolo Savona, oltre noto economista, è stato anche apprezzato Ministro della Repubblica.  
“Caro Presidente - scrive Savona - per il rispetto che porto all’istituzione che presiede e a Lei personalmente, è con molta ansia che le indirizzo questa lettera aperta, riguardante una scelta che considero fondamentale per il futuro dell'Italia: la cessione di sovranità fiscale per far funzionare la sovranità monetaria europea, dato che questa è stata ceduta dagli Stati membri senza stabilire quando e come si dovesse pervenire all'indispensabile unione politica necessarie per rendere irreversibile l'Euro, né attribuire alla Banca Centrale Europea (BCE) il potere di svolgere la funzione di lender of last resort. (Nota di chi scrive: tradotto letteralmente significa 'Prestatore di ultima istanza', cioè di garante del mercato del credito, specialmente nei periodi di crisi, per evitare danni all'economia causati dal tracollo di un istituto. Come nel caso di attacchi speculativi come quelli che abbiamo vissuto dopo la crisi finanziaria americana del 2008)”.
“Invece di affrontare questi due problemi vitali per il futuro dell'Europa - osserva Savona - si chiede di sottoscrivere un accordo per cedere la sovranità fiscale residua che, per pudore, viene chiamata ‘gestione in comune’. Il presidente della Bundesbank ha riproposto e precisato i contenuti di un recente discorso. Leggo sui giornali che Lei avrebbe concordato con il presidente della BCE e il ministro dell'Economia e Finanze italiano una strategia in attuazione del previsto accordo. Non credo di dovere spiegare a Lei perché nomino istituzioni e non persone. Penso che queste notizie siano suggerimenti di persone scriteriate (l'aggettivo è di un suo illustre predecessore, Luigi Einaudi) che, non fidandosi più del Paese, ammesso che mai se ne siano fidate, lo vogliono colonizzare; una sorta di fastidio per i disturbi che provengono per i loro interessi. Spero che la notizia sia infondata, perché se non lo fosse, sarebbe suo dovere smentirla, secondo un insegnamento che mi ha dato Ugo La Malfa: se la notizia è falsa non si smentisce, se è vera si deve farlo; e aggiungeva che, se i contenuti della notizia erano particolarmente importanti - come sarebbe la cessione della sovranità fiscale che marcherebbe la fine della democrazia italiana, senza che ne nasca un'altra - non si doveva solo smentire, ma farlo in modo energico”.
“A ogni buon conto - prosegue Savona - se una tale scelta maturasse, Lei non potrebbe ratificarla, perché l'articolo 11 della Costituzione dice chiaramente che l'Italia ‘...consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessaria ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo’. Naturalmente diranno che la decisione risponde a queste decisioni (pace, giustizia e parità con gli altri Stati), ma sulla base dell'esperienza fatta con la cessione all'Unione Europea della sovranità di regolare i mercati e di battere moneta, queste sono pure ipotesi, una vera truffa per taluni e un'ingenuità per altri, che né la coscienza economica (mi passi il termine), né la politica che pretesa di scienza non ha mai avuto, possono asseverare”.
“I trattati internazionali sono contratti giuridici tra nazioni e l'oggetto del Patto stipulato a Maastricht, in attuazione all'Atto Unico e ribadito a Lisbona nel 2000 parla chiaro: all'articolo 2, punto 3 afferma che ‘l'Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri’. Le chiedo, caro Presidente, se Lei ritiene che questo impegno sia stato adempiuto e quali siano, anche dopo l'esperienza della crisi greca, le probabilità che lo possa essere anche ipotizzando di cedere la parte residua della sovranità nazionale in cambio (il termine è già un eufemismo) di assistenza finanziaria accompagnata da vincoli che violano il dettato della nostra Costituzione, che Lei è deputato a tutelare. Invece di uscire dal paradosso di uno Stato europeo formato da non-Stati nazionali si intende approfondire questa strana configurazione istituzionale, perché appare vantaggiosa a pochi Paesi capeggiati dalla Germania”.
“Poiché la tesi del vantaggio che potremmo ricavare è priva di fondamento - conclude l’ex Ministro - da tempo si insiste nello spargere terrore su quello che avverrebbe se l'Euro crollasse, trascinando il mercato unico ed aggiungendo la ciliegina della speranza che in futuro le cose andranno meglio e che si va facendo di tutto affinché ciò avvenga”.
Il testo della lettera è chiaro, ben argomentato e documentato. Ma già nei mesi precedenti altri illustri economisti italiani - per esempio Alberto Bagnai - si erano pronunciati sull'equivoco rappresentato dall'Euro e sui traffici che attorno ad esso si materializzano. Noi non nutriamo alcuna prevenzione nei confronti della moneta unica europea. Pensiamo che avrebbe potuto rappresentare un importante tassello nella costruzione del processo di integrazione economica e politica del Paesi e dei Popoli europei.
Di fronte ai pronunciamenti di tanta scienza economica e all'esperienza che i Paesi europei che non sono vincolati al rispetto - o almeno ad una interpretazione austera del rispetto, che l'assunzione della moneta unica implica - pensiamo che sia proprio il caso che sull'Euro, sulle sue regole, sulle tendenze politiche ossessive della gestione finanziaria europea, sul Fiscal Compact e, in generale, sulle politiche che comportano stagnazione economica, disoccupazione di massa e povertà diffusa, servano una riflessione ed un dibattito aperto ed intellettualmente onesto. Le fughe in avanti, in stile Fiscal Compact e Two Pac, non servirebbe a nulla, se non ad accentuare l’insofferenza crescente verso l’Europa dell’Euro.
Come si vede, dalla società emergono spinte decisamente antiEuro, e non è il modo rozzo con il quale le sostiene la Lega Nord. A questo punto ci sembra più che mai opportuno un pronunciamento delle istituzioni, Parlamento e governo del nostro Paese in primo luogo, ma serve soprattutto che le istituzioni locali - Regioni e Comuni - facciano sentire la propria voce con risoluzioni, ordini del giorno, mozioni e quant'altro serve a mobilitare l'attenzione sul tema finanziario, sulle sue regole e sulle sorti dell'Europa dei Popoli che è ormai soltanto una chimera.
Se non si recupera il dibattito su questi temi, l'Europa comunitaria che si è ormai configurata alla gente non serve affatto: al massimo continuerà a servire alle consorterie finanziarie e speculative che la stanno distruggendo. Insomma, in un’Unione Europea dove a comandare sono le già citate consorterie finanziarie e speculative non è più il caso di restarci a lungo. Proprio per questo la lettera di Savona è importante. Ed è importante che tutti i cittadini italiani partecipino a questo dibattito.  
* Con questo articolo il nostro Riccardo Gueci ritorna ad occuparsi dei temi che gli sono congeniali: economia e politica economica internazionale. Oggi affronta un tema che, chissà perché, pur essendo importantissimo, non sembra particolarmente 'gettonato' dalla grande stampa e dalla tv: l'eventuale cessione della sovranità fiscale del nostro paese all'Unione Europea delle banche e della finanza. Il tema è scottante. E, come fa notare Gueci, ad occuparsene, con rilievi critici, non sono gli esponenti della Lega Nord, ma economisti ed intellettuali di alto spessore culturale e politico. Un motivo in più per coinvolgere i cittadini italiani, i Comuni e le Regioni ad occuparsi di un tema che li riguarda direttamente.   

La Sicilia produce un PIL che è la metà di quello della Grecia
RICCARDO GUECI  
Considerato che la popolazione siciliana è circa metà di quella greca, la crisi è analoga. Ma nessuno ne parla. Concludendo il nostro ‘viaggio’ nella relazione sulla situazione economica della Regione siciliana emergono due dati. Primo: da oltre due anni i destini della Regione sono nelle mani di Roma. Secondo: il governo Crocetta, in questa relazione, ammette il proprio fallimento
Ultima puntata del nostro ‘viaggio’ tra i numeri della relazione sulla situazione economica della Regione siciliana (le prime quattro puntate le potete leggere qui). Oggi è di scena il Dpef, il Documento di programmazione economica e finanziaria, che sarebbe lo strumento principe attraverso il quale la Regione siciliana progetta il suo futuro.
Sull'argomento la relazione indica i quattro strumenti attraverso i quali passa la programmazione e la gestione del bilancio regionale: il Documento di programmazione economica e finanziaria; la legge di stabilità; il bilancio poliennale ed, infine, il bilancio annuale d'esercizio. Di ognuno di essi indica i tempi di presentazione e di approvazione da parte dell'Assemblea regionale siciliana.
Il Dpef deve essere presentato al Parlamento siciliano entro il 20 luglio di ogni anno e dovrebbe essere approvato dal Parlamento dell’Isola entro il mese di agosto. Questo Documento illustra le direttive entro le quali si dovrebbe articolare la manovra di finanza pubblica per il periodo restante della legislatura e comunque quella prevista per un periodo non inferiore a tre anni.
Il disegno di legge di stabilità, che deve essere presentato nei primi giorni di ottobre di ogni anno, deve essere coerente con le indicazioni del Dpef che, come già accennato, costituisce il quadro finanziario riferito all'anno di competenza.
Il disegno di legge del bilancio annuale e poliennale deve anch'esso essere presentato nei primi giorni di ottobre al pari del disegno di legge di Stabilità. Questi due disegni di legge debbono essere approvati entro il 31 dicembre ed entrare in vigore con l'inizio del nuovo anno, in coincidenza con l'inizio dell'esercizio gestionale. Ove l'approvazione non avvenga entro tale termine si deve ricorrere all'esercizio provvisorio per un massimo di quattro mesi.
Di questi strumenti appena elencati il più importante è certamente il Documento di programmazione economica e finanziaria , per la ragione che in esso sono indicati gli obiettivi economici che si intendono conseguire nel periodo previsto. In tale Documento sono indicati gli obiettivi del PIL, Prodotto Interno Lordo che si intende conseguire, nonché alcuni criteri di riduzione della spesa corrente e del fabbisogno finanziario. In particolare, il Dpef 2014-2017 è stato approntato dall'ex assessore all’Economia', imposto dal governo nazionale, Luca Bianchi. L’assessore, nel suo elaborato, prevedeva – e non si è sbagliato - una tendenza al peggioramento della situazione (come si usa dire in meteorologia). E che, di conseguenza, sarebbe stato importante definire le linee strategiche per una prospettiva di sviluppo, “la cui leva principale è costituita dalla spesa a finalità strutturali attraverso il rilancio e l'accelerazione della spesa dei fondi strutturali europei e i cofinanziamenti regionali e nazionali relativi alla programmazione 2007-2013 e sia quelli relativi alla programmazione 2014-2020”.
Luca Bianchi da tempo non è più assessore, in sua vece il governo Renzi ci ha mandato un nuovo assessore esperto di economia, Alessandro Baccei. Qualcuno, nel frattempo, si è accorto che in Sicilia si è aperto un grande dibattito pubblico sulle “linee strategiche per una prospettiva di sviluppo”? E il riferimento non è soltanto ai partiti, la cui insipienza e la cui ignoranza è presente a tutto il popolo siciliano ed offre numerose occasioni a chi la osserva dall'esterno di farsi grandi risate sulla qualità del suo ceto politico e quello della sua classe dirigente. Per non essere generici, per classe dirigente s'intende quella che rappresenta le attività economiche e produttive, ai suoi ambienti finanziari ed, perché no?, gli ambienti e le istituzioni culturali.
In questa relazione economica non siamo riusciti a trovare indicazioni di massima sulle prospettive di sviluppo dell'economia siciliana. Di fatto, il governo regionale di Rosario Crocetta, descrivendo in modo molto preciso i fattori di crisi, ci fornisce una rassegna documentatissima del fallimento economico dell'Isola, tanto da ridurla a produrre metà del PIL della Grecia, Paese di circa 11 milioni di abitanti che oggi è in crisi. Considerato che la Sicilia ha un numero di abitanti che è pressappoco la metà del popolo della Grecia (5 milioni di abitanti circa), non è affatto fuori luogo affermare che la crisi economica siciliana è simile a quella greca. Resta da capire perché della crisi economica greca si parla, mentre della crisi economica siciliana non parla nessuno.
‘Merito’ del governo regionale di Rosario Crocetta è quello di avere avuto il coraggio, con questa relazione che lo stesso governo ha consegnato al Parlamento siciliano, di raccontare il proprio fallimento che è culturale prima che politico ed economico. Questo giornale illustra spesso i tagli che, negli ultimi tre anni, hanno penalizzato fortemente la Regione siciliana. Ma in questa grande crisi economica e sociale in cui è piombata la Sicilia l’attuale governo regionale ha messo del suo. Il discorso riguarda una parte dei fondi europei non utilizzati; ma riguarda anche tutti gli interventi che il governo regionale non ha programmato.
Insomma, la situazione economica e finanziaria della Regione è grave, con un indebitamento finanziario che supera gli 8 miliardi di euro. I tagli del governo nazionale pesano, soprattutto sui Comuni che quest’anno - e siamo ad agosto - non hanno ancora ricevuto un solo euro dei 550 milioni di euro che la Regione dovrebbe trasferire agli stessi Comuni dell’Isola. Il Parlamento dell’Isola ha completato, anche se in modo affrettato e confuso, la riforma delle Province, istituendo tre città metropolitane (Palermo, Catania e Messina) e sei Consorzi di Comuni. Ma non si capisce con quali risorse finanziarie questo nove soggetti debbano operare (a parte un segmento di fondi europei che dovrebbero essere intercettati dalle tre città metropolitane: soldi che, invece di programmare lo sviluppo, verranno utilizzati per pagare debiti e personale).
Insomma, tra tagli romani e un governo regionale che non governa - e là dove governa lo fa molto male - la Sicilia non sembra avere un grande futuro. Anzi. In Grecia, pur tra mille contraddizioni, stanno arrivando gli aiuti. In Sicilia gli 'aiuti' si dovrebbero sostanziare nelle 'promesse' del governo Renzi: ovvero il governo che, ogni anno, strappa al Bilancio della regione oltre un miliardo di euro...    

*Riccardo Gueci è un dipendente pubblico in pensione. Segue con attenzione i temi legati alla politica estera e all'economia. Oggi illustra la quarta puntata del 'viaggio' nella relazione sulla situazione economica della Regione siciliana. Si tratta di una relazione che il governo siciliano di Rosario Crocetta ha consegnato nelle scorse settimane al Parlamento siciliano. Il dato paradossale che emerge dalla lettura di questi articoli è la consapevolezza del governo Crocetta: nel senso che lo stesso presidente dela Regione si rende conto che il suo governo sta letteralmente affossando la Sicilia.
Insomma, Riccardo Gueci si è limitato a leggere e illustrare un documento ufficiale dello stesso governo siciliano che non ha avuto l'onore delle cronache.  
BORSELLINO LUCIA, CROCETTA, FARAONE, La Sicilia La Sicilia produce un PIL che è la metà di quello della Grecia,LUMIA, Marino, RICCARDO GUECI, TUTINO, 

Lo Stato toglie alla Sicilia 420 milioni di Euro: saltano impianti sportivi e spesa sociale

Giulio Ambrosetti

Il governo Renzi, dopo il rapporto SVIMEZ, ha ‘annunciato’ il piano straordinario da 80 miliardi di Euro per il Sud e 100 milioni di Euro per gli edifici scolastici della Sicilia. Ma, quando dalle parole si passa ai fatti, spariscono 420 milioni di euro destinati alla nostra Isola. L’amarezza di tanti sindaci siciliani che avevano già presentato i decreti alla Corte dei Conti  
Il tira e molla è durato quasi un anno. E’ cominciato nel settembre dello scorso anno, quando il governo nazionale di Matteo Renzi ha annunciato che avrebbe tagliato 5 miliardi di euro di fondi Pac al Sud d’Italia (la sigla Pac sta per Piano di azione e coesione) per finanziare il Jobs Act che, nel 90 per cento dei casi, riguarda aziende del Centro Nord Italia. Solo alla Sicilia sono venuti a mancare mille e 200 miliardi di euro. Ma siccome proprio in Sicilia una parte di questi soldi - circa 420 milioni di euro - era già stata impegnata dalle amministrazioni locali, il governo nazionale aveva lasciato intendere che, almeno queste risorse finanziarie, sarebbero state restituite. Nei giorni scorsi, invece, la doccia fredda: anche questi fondi destinati ala Sicilia, che sarebbero dovuti servire per impiantistica sportiva, disabili, anziani, infanzia e minori a rischio verranno utilizzati come sgravi fiscali per le aziende del Centro Nord Italia.
E dire che il sostanziale fallimento del Jobs Act, certificato dall’Istat (che su questi e altri dati ha smentito il governo Renzi, come potete leggere qui), lasciava pensare alla restituzione di questi 420 milioni di euro alla Sicilia. A dare manforte a questa tesi è stato anche il Rapporto SVIMEZ di qualche settimana fa. L’Associazione per lo Sviluppo Industriale nel Mezzogiorno ha certificato - con i numeri e non con gli annunci - che il Sud è stato del tutto abbandonato. Ne è venuta fuori una polemica dai toni accesi. Ai numeri della SVIMEZ il governo Renzi ha risposto con un paio di annunci a effetto: un piano nazionale di 80 miliardi di euro per il Sud e un piano da circa 100 milioni di euro per sistemare del scuole fatiscenti della Sicilia.
Ma quando il governo Renzi è passato dagli annunci ai fatti la musica è cambiata. E, per la Sicilia - soprattutto per tanti sindaci dei Comuni siciliani, alle prese con una crisi finanziaria tremenda, provocata dai mancati trasferimenti finanziari della Regione (dei 550 milioni di euro che quest’anno la Regione deve erogare ai Comuni siciliani gli stessi Comuni non hanno ancora visto un euro: con molta probabilità, questi soldi li vedranno - se li vedranno - il prossimo anno, come potete leggere qui) - la ‘botta’ è stata forte. Un conto, infatti sono gli impegni verbali - ovvero i già citati annunci ‘strillati’ sui giornali e nelle tv - mentre altra e ben diversa cosa è la realtà. Dall’ANCI Sicilia (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) fanno sapere che, in molti casi, i decreti di finanziamento, a valere su questi 420 milioni di euro di fondi Pac, erano già negli uffici della Corte dei Conti. Tutto, insomma, lasciava pensare alla restituzione di questi 420 milioni di euro.
Ma quando si tratta non di dare al Sud somme aggiuntive, ma di restituire al Mezzogiorno quello che è stato tolto con lo scippo dei fondi Pac, il governo nazionale si è tirato indietro. Per tanti sindaci siciliani l’amarezza di vedere sfumare - ad esempio - oltre 40 milioni di euro di impiantistica sportiva. Per non parlare degli interventi sulle persone: cioè la spesa sociale in favore delle categorie deboli della società: i già citati anziani, i disabili, l’infanzia e i minori a rischio.
In compenso ci sono le promesse - o gli annunci - del governo Renzi: il Piano da 80 miliardi di Euro per il Sude i 100 milioni di Euro per sistemare gli edifici scolastici della Sicilia… 
AMBROSETTI, BORSELLINO LUCIA, BUTTAFUOCO, Catanzaro, CROCETTA, FARAONE, LUMIA, LUTTWAK, Marino, MONTANTE, RENZI, RICCARDO GUECI, Sciascia, TUTINO, BACCEI 


La Sicilia che sprofonda: importiamo migranti ed esportiamo laureati
Riccardo Gueci 


Prosegue il nostro ‘viaggio’ nella relazione sulla situazione economica 2014 della Regione siciliana. Tutti i dati demografici sono negativi. I giovani laureati che vanno via cominciano a non tornare più in Sicilia nemmeno per le vacanze. Solo il terziario dà qualche segnale di risveglio. Presenze turistiche: tonfo a Palermo
La quarta puntata dell'esame della relazione sulla situazione economica siciliana, presentata dal governo di Rosario Crocetta al Parlamento dell'Isola, si sofferma sui dati relativi all'andamento demografico e sui ‘numeri’ dell'occupazione nel terziario (le prime tre puntate le potete leggere qui).  
Diciamo subito che la popolazione residente a tutto il 2014, è di 5 milioni 092. mila persone. Con una contrazione, rispetto all'anno precedente, di 2 mila 857 unità. Le donne rappresentano il 51,5 per cento dei siciliani che vivono in Sicilia. Alla perdita demografica concorrono più fattori. Ne segnaliamo due in particolare: il calo delle nascite e i flussi migratori, specialmente giovanili. Questi ultimi, quando decidono di recarsi all'estero per cercare un lavoro che dalle nostre parti non c’è, sempre più spesso non tornano in Sicilia nemmeno per trascorrervi le vacanze estive.
In questo senso assumono grande significato i dati relativi alla migrazione interna, cioè quella che vede i nostri giovani andare verso il Centro-Nord Italia, e quelli relativi alle migrazioni estere. Nel primo caso il saldo è nettamente negativo e fa registrare, nel 2014, 5 mila 14 unità, mentre quello con l'estero da indicazioni opposte con un saldo attivo di 6mila 946 unità. In pratica, i nostri giovani, quasi tutti laureati o diplomati, vanno via. Di contro aumenta la popolazione proveniente da altri Paesi, per lo più utilizzata come bracciantato in agricoltura ed in qualche misura nel terziario. Qualcuno avvia attività commerciali di prodotti etnici, talaltro si dedica ai servizi domestici (badanti). Tutti lavori dignitosi, per carità: ma nel complesso registriamo un deficit intellettuale che priva la nostra Isola delle migliori risorse umane.
Altro dato: la forza lavoro nel 2014, nel Nord Italia è cresciuta dello 0,4 per cento; ne Centro Italia è cresciuta
Sud
dell'1,8 per cento; mentre nel Meridione è continuata a calare dello 0,8 per cento. Traduzione: rispetto agli 88 mila occupati in più al Nord, al Sud sono cresciuti i disoccupati di 45 mila unità. Quindi un altro dato negativo: la disoccupazione giovanile e, specialmente, femminile nel Mezzogiorno raggiunge il 58,5 per cento.
Questi numeri, da soli, spiegano perché nel Sud e, particolarmente, in Sicilia, secondo l'ultima indagine della SVIMEZ, l'istituto che studia le tematiche relative allo sviluppo del Mezzogiorno, si registra una crisi economica strutturale. A conti fatti, nel Sud d’Italia il PIL (Prodotto Interno Lordo) rappresenta appena il 50 per cento del PIL della Grecia: il che è quanto dire, sapendo quali traversie la penisola ellenica stia incontrando in Europa per la soluzione della sua crisi economica. La differenza è che della Grecia, bene o male, si parla; dei problemi economici del Mezzogiorno d’Italia, a parte la SVIMEZ, non parla nessuno. 
Ma se il Sud Italia è in crisi, la Sicilia sprofonda. Nella nostra Isola la metà della forza lavoro è disoccupata, cioè improduttiva. Da qui una domanda: quale ricetta si deve adottare per colmare questo deficit di produttività pro capite? Il governo Crocetta ed i suoi amici di Confindustria Sicilia di soluzioni non ne hanno, né tentano di trovarne. Il governo Renzi, da parte sua, ha optato per il Jobs Act, cioè una formula che prevede la riduzione dei diritti ai lavoratori. Il risultato è la disoccupazione galoppante e il precariato (che in Sicilia non è diminuito). Mentre i lavoratori che hanno perso le garanzie sono sempre più deboli e ricattabili.
I riferimenti all'andamento demografico, che sinteticamente abbiamo riportato, testimoniano la tendenza delle nostre giovani generazioni a cercare altrove il loro futuro, perché a loro la Sicilia non offre alcuna prospettiva. E dire che i fondi europei destinati alle attività agricole, in larga misura, erano destinati proprio a loro. Parliamo del Psr Sicilia (Piano di sviluppo rurale) 2007-2013: oltre 2 miliardi di euro. Risorse da erogare a chi aveva meno di quarant'anni e decideva di creare un'azienda agricola. Anche i fondi per lo sviluppo rurale avevano la medesima finalità. Purtroppo, però, non si riesce a sapere a chi sono andati questi fondi europei. La spartizione deve essere stata generale, tra maggioranza e opposizione presenti nel Parlamento siciliano, se è vero che nessuno parla. 
E chi rimane in Sicilia che fa? I giovani che non emigrano in qualche modo provano a industriarsi, magari nelle grandi aree urbane, puntando sul terziario e i servizi. Tuttavia, nell'ultimo anno, nel terziario l'andamento del mercato del lavoro, pur rimanendo negativo, mostra qualche segnale positivo. Si sono persi 2 mila posti di lavoro a fronte della caduta vertiginosa verificatasi nel precedente anno con la perdita di ben 47 mila unità lavorative.
Proviamo a ‘leggere’ i dati del terziario siciliano. Nel 2014, mentre a livello nazionale si è arrestata la caduta del valore aggiunto di questo settore economico, in Sicilia si è registrata ancora una variazione negativa, anche se in attenuazione rispetto all'anno precedente. Contribuendo, tuttavia, per l'82 per cento del valore aggiunto prodotto nell'Isola. La maggiore concentrazione si è avuta a Palermo, Messina, Ragusa e Catania, con valori superiori alla media regionale, mentre ad Agrigento, Caltanissetta ed Enna si sono riscontrati valori inferiori alla media. In sostanziale tenuta i valori di Siracusa e Trapani. La flessione complessiva, comunque, è stata dell'1,4 per cento a fronte del 2,9 per cento dell'anno precedente e sostanzialmente in linea con il grado di flessione del Mezzogiorno (-1,2%).
Il terziario siciliano è composto, nel 2014, da 235.920 imprese, delle quali 213.587 attive. Di queste 121 mila operano nel commercio, che rappresenta il 57 per cento del comparto complessivo dei Servizi. Sono 22 mila le imprese ricettive e della ristorazione che compongono il 10 per cento del totale del terziario. La riduzione del numero delle imprese nel 2014 è stato dello 0,4 per cento, dato che testimonia la sostanziale tenuta rispetto agli altri settori economici che invece sono caratterizzati da una pesante crisi.
I comparti che hanno fatto registrare le migliori performance sono le telecomunicazioni (+3,8%), la ristorazione (+2,6%), le attività di noleggio, le agenzie di viaggio (+3,4%), le immobiliari (+1,2%)  e le attività finanziarie (+1,0%). Com'è del tutto evidente, i migliori risultati li hanno ottenuti i comparti che più strettamente sono legate all'andamento del turismo.
Nel 2014 il turismo siciliano torna a crescere, sia in flussi di arrivi (+8,8%), sia in presenze (+6,1%). Questo incremento è dovuto sopratutto alla componente nazionale che ha contribuito con il 52 per cento del totale. L'ospitalità preferita è stata quella offerta dagli esercizi complementari (+15,6%) rispetto a quella alberghiera (+ 4,1%). Le presenze straniere negli alberghi hanno fatto segnare un calo su base annua dello 0,9 per cento, il cui andamento ha registrato un vero e proprio crollo a Palermo con un - 6,7 per cento. Nella Sicilia centro orientale, invece, le cose sono andate molto meglio: Ragusa + 19,9 per cento; Messina + 15,0 per cento; Enna + 14,3 per cento e Catania + 11,1 per cento.
Con riferimento agli arrivi, il dato complessivo è di 4,6 milioni di unità, di cui +11 per cento costituito da italiani e + 6,1 per cento da stranieri. Messina e Ragusa hanno registrato i migliori risultati con l'aumento rispettivo del 36,4 e 12,1 per cento. La media giornaliera delle presenze cala dal 3,3 al 3,2 giorni/persona con risultati positivi negli esercizi complementari che passano da 3,3 a 3,4 giornate/persona. Il dato complessivo dell'incremento degli arrivi è confermato dall'aumento del traffico passeggeri negli aeroporti di Catania (+8,2%) e di Palermo (+6,8%).
Come appare evidente dai dati emersi dall'analisi dell'andamento dei tre settori fondamentali dell'economia la Sicilia da questo punto di vista è in pieno sottosviluppo. Che altro dire?
Fine 4° puntata/ Continua
*Riccardo Gueci è un dipendente pubblico in pensione. Segue con attenzione i temi legati alla politica estera e all'economia. Oggi illustra la quarta puntata del 'viaggio' nella relazione sulla situazione economica della Regione siciliana. Si tratta di una relazione che il governo siciliano di Rosario Crocetta ha consegnato nelle scorse settimane al Parlamento siciliano. Il dato paradossale che emerge dalla lettura di questi articoli è la consapevolezza del governo Crocetta: nel senso che lo stesso presidente dela Regione si rende conto che il suo governo sta letteralmente affossando la Sicilia.
Insomma, Riccardo Gueci si è limitato a leggere e illustrare un documento ufficiale dello stesso governo siciliano che non ha avuto l'onore delle cronache. 

La Sicilia che sprofonda: importiamo migranti ed esportiamo laureati,RICCARDO GUECI,CROCETTA,LUMIA,FARAONE,TUTINO,MARINO,BORSELLINO LUCIA
Cantiere navale di Palermo verso la chiusura? Riccardo Gueci* [22 Sep 2015 | ALESSANDRO BACCEI, BACINO DI CARENAGGIO DA 90 MILA TONNELLATE, CANTIERE NAVALE DI PALERMO, CICERO, CROCETTA, FINCANTIERI, FIOM-CGIL, Governo Renzi, IRSAP, MONTANTE, RICCARDO GUECI, VANCHERI, VENTURI,

Nessun commento: